Un altro blog

Ad un certo punto mi sono reso conto che se avessi dovuto aprire un blog per ogni cosa che mi piace, mi interessa o ho semplicemente voglia di condividere ne avrei dovuto aprire una ventina. Fino ad ora ho fatto così e la cosa non ha funzionato: troppe cose dette in modo troppo sparpagliato. Ora questo è il mio unico blog, senza fronzoli e senza pretese: qui c'è tutto quello che ho voglia di raccontare. Ciao.

ATTENZIONE

A quanto pare è successo qualcosa di strano e molte delle immagini presenti nel blog sono sparite, compresa l'intestazione. Non ho idea di cosa sia successo, forse è colpa delle scie chimiche che mi faccio davanti al pc.
Mi scuso per il disagio e cercherò di riparare i danni appena possibile, nel frattempo i post sono ancora on-line quindi potete leggerli lo stesso.
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venerdì 26 aprile 2013

La notte in cui mettemmo la bomba



estratto da: HKL, un racconto che non sarà mai completato

Faceva freddo la notte in cui mettemmo la bomba. Io e Max tornavamo dall'HKL, stanchi ma incapaci di calmarci a causa dell'anfetamina e della tensione. Il vento ghiacciato ci entrava da tutte le parti e ci faceva rabbrividire, anche perchè avevamo ballato tutta la notte ed eravamo sudati e zuppi del sangue finto di cui ti innaffiavano all'HKL sparandolo addosso alle ballerine nelle gabbie appese al tetto. Il sangue ricadeva su di noi che ogni tanto alzavamo lo sguardo verso l'alto a goderci lo spettacolo.
Eravamo zuppi di sudore e sangue e svariati bicchieri che capitava che qualcuno ti versava addosso quando veniva urtato nel pogo scatenato.
All'HKL funzionava così più o meno tutte le sere.
Max si era rotto l'osso del collo davanti alla porta e aveva un taglio sul braccio e un occhio tumefatto.

Non avevamo esattamente un'aria innocente e adesso camminavamo a piedi nel cuore della notte attraverso il paese deserto, e io avevo una bomba nella borsa. 
Gregor aveva finito di costruirla la sera prima, ma non aveva voluto dirci cosa ci aveva messo dentro. Ci aveva però assicurato che mai sarebbe potuta esplodere di testa sua polverizzandoci in una pioggia di brandelli di carne.
Mi sollevai il cappuccio sulla testa mentre attraversavamo la piazza, un po' per nascondermi il volto nel caso in cui ci avesse visto qualcuno, un po' per il freddo. Ci avvicinavamo al nostro obiettivo: volevamo far saltare in aria qualcosa e avevamo discusso a lungo su cosa sarebbe stato più spassoso far esplodere. Dopo ore di discussioni rimasero il portone del comune, la macchina del sindaco e la banca del paese. 
Alla fine avevamo scelto quest'ultima.
Non è che avessimo un piano politico ben preciso, anzi, io e Max ci scannavamo ogni volta che il discorso virava su ipotetiche soluzioni produttive, tuttavia quando si trattava di far saltare in aria le cose eravamo più o meno d'accordo.
"Farà un bel botto questa volta" disse Max.
Annuii senza rispondere, mi guardavo nervosamente intorno alla ricerca di eventuali passanti che avrebbero potuto vederci, ma tutto taceva, non c'era nessuno in giro.
Ci avvicinammo al portone della banca e io aprii velocemente la borsa, posai la bomba sotto una scatola di cartone che avevamo lasciato lì all'andata e voltammo l'angolo a passo svelto. Il cuore mi batteva a 200bpm mentre Max tirava fuori il telecomando, toglieva la sicura e premeva il tasto rosso.
"Ora fa bum" disse, ridacchiando.
Non successe nulla.
Rimanemmo in silenzio per un paio di secondi, poi ci fu un boato bestiale e l'asfaltò ci tremò sotto i piedi. Sentimmo distintamente il rumore dei calcinacci e di migliaia di frammenti che ricadevano a terra.
Un paio di allarmi iniziarono a suonare e le luci alle finestre dei palazzi vicini già si accendevano proiettando sui vetri ombre di esseri umani parecchio agitati.
In fondo, pensai, vi abbiamo dato qualcosa di cui parlare per uscire dalla vostra noiosa routine quotidiana.
Corremmo a perdifiato per le vie buie, senza pensare che in quel modo eravamo terribilmente sgamati. Ma non importava, ormai era o la va o la spacca.

Un quarto d'ora dopo entravamo a casa di Gregor con la delicatezza di un carro armato. Facemmo irruzione nel corridoio sbattendoci dietro la porta e lo trovammo davanti alla tv con una birra in mano.
"Ragazzi, se non sbaglio ho sentito un botto" ci disse.
"Ma un gran bel botto, che minchia c'era là dentro?" chiesi, ancora col fiatone.
Lui non rispose, sorrise e ci stappò una birra a testa.
Diedi un sorso, lasciai defluire l'adrenalina e mi stravaccai sul divano. Per questa volta è andata, pensai.

venerdì 19 aprile 2013

Radiosorgente quasi stellare



estratto da: HKL, un racconto che non verrà mai completato

Doveva essere andata più o meno così, o almeno così mi immaginavo la scena: Smith stava chino sul suo blocchetto degli appunti. Un occhio ai suoi calcoli e uno al telescopio, su verso il cielo pieno di stelle. Era notte, facciamo le due di notte, tanto non ha importanza. Smith stava rivedendo per la terza volta i suoi calcoli, c'era qualcosa che non tornava e non riusciva a trovare l'errore.
Accanto a lui, seduta sul divano, la moglie leggeva una rivista di gossip con aria annoiata. Le donne sono simili in tutto il mondo: raramente alzano gli occhi al cielo, se non mentre si battono il petto in chiesa facendo finta di crederci davvero. Ogni tanto lo fanno e allora il mondo fa bene a mettersi a tremare, ma non era questo il caso.
Smith non cercava dio, aveva cose più importanti a cui pensare.
"Porca puttana!" imprecò alla fine.
La moglie si scosse un po' e mugolò annoiata, quella sera c'era un ricevimento, ma il marito non ne aveva voluto sapere di uscire. Anzi non l'aveva filata nemmeno di striscio quando lei glie l'aveva proposto. Che poi lui odiava i ricevimenti e le chiacchiere da salotto, tanto più che c'erano quei conti che non tornavano.
Imprecò di nuovo.
"Ma insomma che c'è?" chiese la moglie, già incazzata per la serata decisamente noiosa.
Lui sollevò lo sguardo per la prima volta, dopo almeno tre ore di calcoli furiosi e forsennati.
Le mostrò una foto: cielo nero e stelle, troppe stelle quante non se ne vedono mai a occhio nudo.
"Cosa vedi?" chiese
"Stelle" disse lei
"Ecco, la vedi questa?" ne indicò una nella foto. Era una stella come le altre.
"Sì, è una stella, e allora?"
"Non dovrebbe esserci" disse lui
Lei non sembrava impressionata, in fondo che gliene fregava di una stupida stella che non si trovava al suo posto?
"Beh, e invece c'è" disse alla fine.
"Ma non dovrebbe"
"Bah, e invece c'è"
Lui si asciugò gli occhi. Voleva tornare ai suoi calcoli, ma era troppo stanco.
"E' troppo lontana, considerato quanto è lontana non dovremmo nemmeno vederla, capisci? Nessuna stella può essere così luminosa"
"E allora?"
"E allora sto sbagliando i calcoli, ma non capisco dove. E' da una sera che li rifaccio, porco cazzo maledetto"

Quella sera non ero andato all'empire. La passeggiata sotto la pioggia mi aveva devastato e mi trovavo a letto con la febbre, col naso che secerneva muco a getto continuo e una scatola di puntine da disegno nella gola. Come ero arrivato dalla ragazza della sera prima a quella scenetta dello scienziato e della moglie? Sarà perchè lei si chiamava Luna e la cosa mi aveva fatto pensare allo spazio. Stavo con la testa appoggiata al cuscino e la mia immaginazione vagava da lei che cantava e ballava e mi sorrideva alla scoperta del primo quasar.
Mi immaginavo quell'enorme buco nero al centro della galassia che assorbiva materia stellare e sparava fuori il suo raggio di fotoni per migliaia di anni luce. Il più vicino è a tre miliardi di anni luce da noi. Tre miliardi di anni luce sono decisamente troppi per qualsiasi immaginazione.
Un tizio una volta disse che l'universo è niente rispetto a quello che c'è dentro di noi. Era una colossale puttanata.