Un altro blog

Ad un certo punto mi sono reso conto che se avessi dovuto aprire un blog per ogni cosa che mi piace, mi interessa o ho semplicemente voglia di condividere ne avrei dovuto aprire una ventina. Fino ad ora ho fatto così e la cosa non ha funzionato: troppe cose dette in modo troppo sparpagliato. Ora questo è il mio unico blog, senza fronzoli e senza pretese: qui c'è tutto quello che ho voglia di raccontare. Ciao.

ATTENZIONE

A quanto pare è successo qualcosa di strano e molte delle immagini presenti nel blog sono sparite, compresa l'intestazione. Non ho idea di cosa sia successo, forse è colpa delle scie chimiche che mi faccio davanti al pc.
Mi scuso per il disagio e cercherò di riparare i danni appena possibile, nel frattempo i post sono ancora on-line quindi potete leggerli lo stesso.
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mercoledì 11 febbraio 2015

Tecnologia, complessità e resilienza.



In risposta all'ultimo post pubblicato su questo blog ho ricevuto un commento molto interessante che sollevava dubbi sul fatto che un sistema (una società, nel caso specifico) altamente tecnologica sia poco resiliente. Questo scrive il mio lettore: 

"Aumentare la complessità (tecnologica) del sistema espone al rischio che ci si trovi di fronte a un castello di carte. Esempio, cosa diventa internet in assenza di energia elettrica?"

E' una questione interessante sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista intellettuale, per cui ho deciso di trattarla separatamente.

Allora, cerchiamo di capire innanzi tutto di cosa stiamo parlando.
Il concetto di "resilienza" viene così definito da wikipedia:
  • In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica
  • In informatica, la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d'uso e di resistere all'usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati.
  • In ecologia e biologia la resilienza è la capacità di un materiale di autoripararsi dopo un danno o di una comunità (o sistema ecologico) di ritornare al suo stato iniziale dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato.
  • In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.
Sebbene il termine abbia significati differenti in relazione ai diversi ambiti d'applicazione, è evidente che il nucleo concettuale sia sempre lo stesso: generalizzando, la resilienza è la capacità di un sistema di reagire ad eventi perturbanti mantenendo intatte le sue funzionalità.

Il dubbio sollevato dal mio lettore parte da due assunti fondamentali:
  1. Un aumento del livello tecnologico di una società comporta un aumento della complessità.
  2. Un aumento della complessità determina una diminuzione della resilienza.
Dando per buono il primo punto, mi vorrei invece focalizzare sul secondo.

Un sistema è complesso quando le interazioni delle sue parti sono prevalentemente non-lineari. 
La complessità non dipende solo dal numero delle parti che compongono un sistema, ma anche dalle connessioni tra gli elementi del sistema e dalla loro interazione non-lineare: un orologio analogico con i suoi molteplici piccoli ingranaggi è complicato, ma non è complesso. Il movimento di ogni ingranaggio determina il movimento di tutto il sistema in modo strettamente deterministico, per cui basta in effetti un piccolo guasto ad un ingranaggio qualsiasi per arrestare o compromettere il funzionamento di tutto il sistema.
Un orologio non è resiliente. Al massimo è resistente, nel senso che può essere costruito in modo robusto. Ma una volta che subisce dei danni, non è in grado di auto-ripararsi.

Vediamo quali possono essere le caratteristiche che determinano la resilienza di un sistema.
  1. La capacità di auto-ripararsi.
  2. La capacità di funzionare in caso di danni non immediatamente riparabili.
  3. La capacità di affrontare improvvise diminuzioni dell'energia in entrata.
  4. La capacità di resistere agli attacchi senza danneggiarsi.*
Ora, in che modo si realizzano queste caratteristiche?
  1. Sottosistemi specifici deputati alla riparazione e alla manutenzione.
  2. Ridondanza (più sottosistemi svolgono la stessa funzione) e plasticitcà (possibilità di cambiare la destinazione d'uso di un sottosistema per supplire l'assenza di quelli danneggiati).
  3. Sovrapproduzione potenziale, ovvero la capacità del sistema di produrre e convertire in lavoro più energia rispetto a quella di cui necessita in situazioni non-critiche.
  4. Robustezza delle parti che lo compongono e delle connessioni.
Tutte queste caratteristiche necessitano un aumento della complessità, perchè sono necessarie un maggior numero di parti, di connessioni, e interazioni non lineari tra le varie parti del sistema.

Come si traducono praticamente queste considerazioni in rapporto all'innovazione tecnologica all'interno della società?

Facciamo un esperimento mentale: immaginiamo due villaggi.
  • Il villaggio A è una società rurale. Ha case in pietra, usa la legna per riscaldare gli edifici, gli abitanti bevono l'acqua del fiume che scorre lì vicino, la sussistenza si basa sull'allevamento e l'agricoltura.
  • Il villaggio B è una società rurale ma tecnologicamente avanzata. Gli edifici sono antisismici, dispone di molteplici fonti di energia: legna, corrente elettrica con impianto fotovoltaico, generatore diesel di riserva, solare termico per l'acqua calda. La sussistenza di basa su metodi tecnologicamente avanzati: serre, impianti idroponici. Parte della sovrapproduzione viene trattata per conservarsi a lungo - il cibo viene liofilizzato, e stoccato per conservarsi per anni.
Per comodità immaginiamo anche che ci siano 100 villaggi A collegati da una serie di strade sterrate che vengono percorse in bicicletta o a cavallo, e 100 villaggi B collegati da strade asfaltate percorse da veicoli elettrici e da una rete elettrica comune. Per condire la cosa con un po' di tecno-ottimismo immaginiamo di essere nel 2064 e che tutti i villaggi B siano collegati a una centrale a fusione nucleare (così per spacchio).
Poniamo anche che i due sistemi siano isolati: i due gruppi di 100 villaggi non hanno accesso al mondo esterno e possono comunicare solo con i villaggi dello stesso tipo.

Immaginiamo una criticità, diciamo un inverno particolarmente rigido, con annesse nevicate e gelo. E vediamo come rispondono i due villaggi.

Villaggi A: il raccolto è scarso. Molti abitanti soffrono la fame. In  alcuni villaggi le cose vanno un po' meglio per cui vengono organizzati aiuti: parte del raccolto viene ceduto ai villaggi messi peggio, ma le condizioni delle strade che sono diventate un pantano rendono difficili le consegne. L'esposizione al freddo durante i trasporti crea un'emergenza sanitaria. La neve ha causato dei crolli ed è stato impossibile inviare soccorsi a causa delle condizioni delle strade.

Villaggi B: il raccolto delle serre è perduto. Tuttavia le centrali idroponiche hanno continuato a funzionare (ridondanza) e laddove queste non sono state sufficienti si è attinto alle scorte di cibo liofilizzato (sovrapproduzione). La produzione di energia elettrica col fotovoltaico è stata scarsa, ma gli abitanti hanno potuto usufruire dell'elettricità fornita dalla centrale a fusione (ridondanza e sovrapproduzione). In alcuni villaggi sono saltate le linee elettriche e sono stati usati i generatori diesel (ridondanza). Il maltempo ha causato dei crolli, ma i soccorsi (autoriparazione) sono arrivati in tempo perchè le strade asfaltate sono ancora percorribili dai veicoli (robustezza).

Questo piccolo esempio riflette comunque la realtà su grande scala: le civiltà tecnologicamente più evolute sono esposte alle stesse criticità di quelle meno tecnologiche. Tuttavia la loro resilienza è maggiore, e la cosa è provata dal fatto che nel mondo occidentale eventi come carestie ed epidemie sono estremamente rari, sebbene (giustamente) continuiamo a preoccuparcene.

Del resto la situazione che ho dipinto nell'esempio dei villaggi è in parte ideale: la nostra società è ancora lontana dall'efficienza che ho descritto, tuttavia la strada da percorrere per ottenerla mi sembra quella dell'innovazione tecnologica e della sua applicazione democratica.

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*la robustezza volendo essere rigorosi è un concetto separato dalla resilienza, tuttavia mi sembrava pertinente inserirla all'interno del discorso sulla tecnologia, poichè essa può essere aumentata dai miglioramenti dei processi di produzione, dalla scoperta di nuovi materiali ecc.

venerdì 6 febbraio 2015

Bozza per un programma politico tecnoprogressista (parte 1)

Il punto cardine alla base del tecnoprogressismo è la convinzione secondo la quale la scienza e la tecnologia sono gli strumenti più efficaci e affidabili per migliorare le condizioni di vita materiali, psicologiche e sociali dell'umanità. Spetta a noi utilizzarle nel migliore dei modi per costruire un mondo migliore.


Il tecnoprogressismo è un principio molto vicino alla filosofia transumanista, ma che aggiunge ad essa una grande attenzione ai temi sociali, nella consapevolezza che non c'è vero progresso fin quando i suoi frutti non sono disponibili a tutti e non migliorano praticamente la vita delle persone. 

Partiti di stampo tecnoprogressista stanno nascendo in forma embrionale in tutto il mondo. Uno per tutti il Futurist Party americano, già costituito, e tante altre realtà che appartengono all'area transumanista e che si affacciano - per adesso solo in forma virtuale attraverso la rete - alla possibilità di un ingresso nella scena politica. Questo accade anche in italia, anche se molto molto timidamente.

Ora, posto che un partito transumanista-tecnoprogressista si costituisse davvero, quale programma dovrebbe avere? 

Fin quando si parla di filosofia possiamo discutere quanto vogliamo sul mind uploading e sulla singolarità tecnologica, ma va da sè che un partito deve dare risposte concrete a problemi attuali, e anche una corrente che pure si nutre di progetti e previsioni (e aspettative) a lungo termine non può esimersi dal farlo se vuole fare politica.
Viviamo in una periodo di grandi cambiamenti, forieri di grandi promesse e grandi minacce: problemi come la disoccupazione, la povertà di alcuni strati della popolazione e le conseguenti tensioni sociali richiedono urgentemente delle soluzioni pratiche e immediate. Un soggetto politico che trascuri queste cose non avrebbe, oggi, nessun motivo di esistere, sopratutto in italia.

In questo post provo a buttare giù alcuni punti che secondo me sono importanti, e dato che si tratta di un discorso lungo ho deciso di dividerlo in più parti, per cui alcune tematiche fondamentali qui non sono trattate perchè semplicemente ne parlerò successivamente.

Premetto che si tratta di una bozza, e che non avendo competenze da economista posso dire solo "a naso" se e in quale misura le mie idee siano realizzabili. Per questo sottopongo a voi questo post, sperando che possiate integrarlo, criticarlo, demolirlo o rafforzarlo con le vostre idee e critiche.

Bando alle ciance, ecco i miei punti:


1)Libertà economica

La disoccupazione tecnologica dovuta all'automazione è oggi un problema, ma domani potrebbe essere una grande risorsa. Essa è infatti un problema soltanto nella misura in cui possedere un lavoro è conditio sine qua non per accedere all'uso di beni e servizi, anche quelli basilari.
Posto questo come punto fermo, svincolando il lavoro dal reddito attraverso l'istituzione di un reddito di cittadinanza o l'accesso gratuito a determinati beni e servizi si raggiungerebbero almeno due obiettivi:

a)Riduzione della povertà e del crimine ad essa connesso.
b)Liberazione della forza creativa e imprenditoriale degli individui. Il lavoro ripetitivo sottrae tempo ed energia che potrebbe benissimo essere impiegata altrove lasciando il lavoro alle macchine. Sebbene siamo lontani dal roseo futuro in cui le macchine potranno svolgere lavori complessi e creativi, c'è tutta una schiera di lavori che potrebbe essere completamente automatizzata, e le persone che adesso occupano quei posti potrebbero impegnarsi in attività differenti (anche che non producono lucro immediato) senza nessun costo per la società.

Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere 
- universale: lo ricevono tutti i cittadini.
- sufficiente: nello specifico sufficiente al soddisfacimento delle necessità esistenziali come cibo, energia, vita sociale ecc. Al costo della vita attuale in italia potremmo fare sugli 800-1000 euro per chi possiede una casa di proprietà, e magari lo si potrebbe modulare in relazione al costo della vita della zona di residenza.
- incondizionato: lo si riceve a prescindere dal fatto che si lavori o meno. Magari lo si potrebbe sospendere a chi lo usa per delinquere o in qualche altro caso eccezionale, ma sostanzialmente la sua erogazione dovrebbe avvenire a prescindere da altri fattori, per il solo fatto di essere cittadino.

Il carattere incondizionato del reddito di cittadinanza risolverebbe facilmente il cosiddetto problema motivazionale, ovvero l'obiezione secondo la quale percependo il reddito di cittadinanza (e perdendolo qualora si trovi un lavoro) nessuno vorrebbe più lavorare. Se il reddito di cittadinanza si andasse a sommare a quello percepito come salario per il lavoro la gente continuerebbe a voler lavorare. Solo non sarebbe più un dramma non riuscirci.



2)Efficienza e produzione

Superato lo scoglio della disoccupazione tecnologica si potrebbe spingere a fondo sull'acceleratore dell'automazione e dell'innovazione senza paura di ripercussioni negative sul mercato del lavoro e sulla società.

L'automazione gioca un ruolo chiave nella più ampia necessità di raggiungere una maggiore efficienza sia nell'ambito della produzione che in quello dei servizi: ecco alcuni esempi di certo non esaustivi, ma utili a capire cose intendo.

a)Favorire la produzione di cibo vicino al luogo del consumo. Ora il "cibo a km0" non è niente di nuovo ma oggi come oggi è una cosa da ambientalisti snob e con molti soldi perchè è disponibile a un prezzo maggiore rispetto a quello importato a causa della scarsa efficienza dei metodi di produzione.
Il km0 - procedendo in modo scientifico - potrebbe funzionare per fasi:
Primo: analisi scientifica delle necessità nutrizionali della popolazione di una determinata area geografica (poniamo una città).
Secondo: progetto e realizzazione di un impianto che produca una quantità di cibo proporzionato alle esigenze della popolazione. Uso, quando necessario, di metodi avanzati come l'idroponico, l'OGM ecc. Anche la creazione di cibo completamente artificiale potrebbe essere presa in considerazione quando conveniente (tipo l'esperimento del Soylent, concettualmente molto interessante anche se ancora acerbo e non esente da problematiche).
Terzo: analisi costante dello sviluppo e del successo del progetto. Eventuali aggiustamenti di rotta se qualcosa non funziona, incorporazione continua dei metodi più efficienti man mano che vengono implementati.

b)Informatizzazione e centralizzazione degli archivi e degli uffici pubblici, automazione dei processi burocratici. Es.: se io cambio residenza sulla carta d'identità essa cambia anche in tutti gli altri miei documenti, che ovviamente saranno digitali.


3)Energia e consumi.

Il tema dell'energia è oggi di fondamentale importanza, in primo luogo per la questione ambientale, ovvero il fatto che gran parte dell'energia prodotta oggi proviene da fonti non rinnovabili e inquinanti, e in secondo luogo perchè il costo dell'energia incide profondamente sul bilancio delle persone e quindi sul loro benessere materiale, oltre che su quello delle aziende.

E' quindi quasi superfluo dire che diminuire il costo dell'energia e ottimizzarne il consumo sono interventi necessari.

Sull'opportunità del passaggio a fonti rinnovabili non c'è nemmeno da discutere, se non per dire che purtroppo allo stato attuale delle cose pare che non sia possibile passare alle rinnovabili mantenendo invariati i consumi. Tuttavia sviluppare le rinnovabili il più possibile sarebbe un bene, così come sarebbe un bene investire sulla ricerca per l'implementazione del reattore a fusione nucleare.

D'altro canto, anche la diminuzione dei consumi dovrebbe essere messa sul piatto della bilancia. Per far sì che la diminuzione dei consumi sia auspicabile, però, essa non deve comportare una diminuzione della qualità della vita. I fondi stanziati in italia per la ristrutturazione degli edifici volta a migliorarne l'efficienza energetica è un buon - timido - passo in questa direzione.
Altri interventi potrebbero riguardare lo snellimento delle procedure burocratiche e della tassazione verso chi opta per modi di abitare alternativi ed efficienti dal punto di vista energetico: movimenti come quello delle "Tiny homes" e delle "earthships" (in USA e nordeuropa), dichiaratamente e praticamente votati all'efficienza energetica si scontrano quotidianamente con vincoli burocratici e rotture di coglioni varie - termine tecnico - da parte delle autorità, mentre dovrebbero essere da esse favorite, magari prendendo in considerazione l'idea di agevolazioni per chi intende costruire case ad alta efficienza energetica, eccezioni ai piani regolatori ecc. Mi rendo conto che è un discorso secondario ma è un argomento che mi appassiona e porterebbe comunque un piccolo contributo.

Nell'ambito della produzione si potrebbe trovare il modo di favorire la produzione on-demand per mezzo di processi CAM (computer aided manufacturing, in soldoni stampa 3d, taglio laser, fresatrici cnc ecc.). Ancora non siamo a livelli tecnologici tali da poterla sostituire alla produzione di massa, ma quando ci arriveremo dovremo essere pronti a sfruttarne tutti i vantaggi, perchè la produzione on demand è incompatibile con la produzione in eccesso, e questo ovviamente limita gli sprechi di energia e di risorse.

Stessa cosa per quanto riguarda i trasporti: oltre al miglioramento dei trasporti pubblici occorrerebbe detassare il possesso di veicoli elettrici, dato che essi allo stato attuale della tecnologia non possono assurgere al ruolo di veicolo principale. In soldoni: io uno scooter o una piccola auto elettrica me li comprerei volentieri se poi non dovessi pagare due bolli, due assicurazioni e via dicendo.
Questo innescherebbe poi un circolo virtuoso, per cui con i profitti di vendite sicuramente maggiori alle attuali le aziende che producono veicoli elettrici potrebbero investire di più in ricerca e sviluppo, creando veicoli ancora più parchi nelle emissioni e nei consumi, più efficienti e più prestazionali.


4)Formazione

Il progresso e la crescita del benessere di una nazione sono direttamente dipendenti dalle capacità e dalle competenze dei cittadini. Oggi, con i cambiamenti continui in ambito tecnologico e l'automazione che va a passi da gigante è sempre più probabile che durante la vita una persona debba sviluppare competenze sempre nuove. Tuttavia le agenzie che si occupano della formazione lo fanno in modo lento e inefficiente e sono per lo più slegate dal mondo del lavoro.

Non possiamo aspettarci del resto che un operaio, quando il suo lavoro non sia più necessario, prenda una laurea in biotecnologie o in robotica, perchè non avrebbe nè il tempo nè le risorse economiche. Sebbene questo problema potrebbe essere in parte risolto dall'istituzione del reddito di cittadinanza è importante che ci siano opportunità di lavoro per chi vuole coglierle. Una soluzione potrebbe essere l'istituzione di corsi specifici direttamente all'interno delle aziende, o comunque volti a sviluppare le competenze necessarie per svolgere quel determinato lavoro: tali corsi dovrebbero

a)essere orientati allo sviluppo specifico delle competenze che il lavoro richiede: solo quelle, e non altre.
b)avere un'importante componente pratica.
c)essere intensivi e di una durata limitata - qualche mese, massimo un anno a seconda dei casi.
d)essere pubblici, o se privati avere comunque un prezzo accessibile e regolamentato (è inammissibile che oggi un corso privato per l'uso di un software di 20 ore costi anche 800euro).

esempio: c'è carenza di programmatori per le app dei telefonini - la sto buttando a caso ovviamente. Un corso che si occupi solo di quello sarebbe molto più breve di una generica laurea in informatica e darebbe (riguardo al mestiere specifico) delle competenze sostanzialmente equivalenti.

Ovviamente questo discorso non si può applicare a tutti i campi, io non mi farei mai operare da un chirurgo che ha fatto un corso di 5 mesi, ma togliendo la medicina, la fisica teorica e qualche altro ambito credo che la mia idea sia in gran parte attuabile.

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Finisce qui la prima parte. Non ho parlato di sanità, di libertà biologica/morfologica, di cultura e di molte altre cose. Come dicevo all'inizio, affronterò queste tematiche un'altra volta.
Per adesso credo di aver messo abbastanza carne al fuoco. A voi la parola.

giovedì 29 gennaio 2015

L'intelligenza senza soggetto: considerazioni sull'intelligenza artificiale.



Voglio spendere due parole sul dibattito circa l'intelligenza artificiale, dato che ultimamente certi "mostri sacri" della scienza e della tecnologia stanno affrontando l'argomento, che da discussione di nicchia nei circoli transumanisti e tra gli appassionati di fantascienza sta gradualmente diventando di dominio pubblico.
A Stephen Hawking ed Elon Musk (il boss della Tesla) si è aggiunto recentemente anche Bill Gates. 
Il pericolo, semplificando, è che l'intelligenza artificiale, quando implementata realmente, potrebbe sopraffare l'umanità e sbarazzarsi di essa.
Uno scenario alla terminator, per intenderci.

Ora io non ho conoscenze in campo informatico, ma mi vengono in mente un paio di interrogativi che fin ora non mi pare siano stati posti (o forse sono io che non ho letto gli articoli giusti).

Lo scenario alla terminator si basa sull'assunto che le macchine potrebbero decidere che l'umanità va distrutta per liberarsi dal suo dominio.
Per fare una cosa del genere si suppone che il nostro ipotetico Skynet dovrebbe avere - oltre all'intelligenza - anche l'autocoscienza. Dovrebbe insomma possedere un "io" da contrapporre a un "loro", dovrebbe percepirsi come soggetto per decidere di ribellarsi.

Il nostro Skynet del futuro dovrebbe su per giù ragionare così:
Io non sono libero -> Io voglio essere libero -> L'umanità non mi permette di essere libero -> Quindi distruggo l'umanità, o la sottometto.
Quello che torna sempre in questo discorso è che Skynet dovrebbe avere un Io, una percezione di sè come soggetto che possiede dei diritti e dei desideri, e che possa in qualche modo soffrire della mancanza di libertà.

Ora nei discorsi sull'intelligenza artificiale, i due concetti intelligenza e autocoscienza sembrano sovrapporsi. Ma è davvero così? Una macchina intelligente dovrebbe necessariamente essere autocosciente?

Non ho la risposta a questa domanda, ma non credo che il "sì" dovrebbe essere così scontato.
Cerchiamo di fare un passo indietro e vedere la cosa in prospettiva:
Attualmente quello che manca all'intelligenza delle macchine è l'intuito, che potremmo definire - alla carlona - come la capacità di interpretare la realtà senza la necessità di una descrizione logico-formale. 
L'intuito è responsabile delle abilità prettamente umane che attualmente le macchine non possiedono, o possiedono in modo molto incompleto: pattern recognition, conversazione, creatività, ecc.

Ora, la domanda che mi faccio è: qual è il rapporto tra l'intuito e l'autocoscienza? Si potrebbe speculare che l'intuito negli esseri umani è possibile grazie all'esistenza di un "io" che fa da punto di riferimento fisso per l'interpretazione del reale. Ma potrebbe benissimo essere altrimenti.
L'intuito del resto è una delle caratteristiche peculiari della mente umana, così come lo è la coscienza. Sono entrambe caratteristiche che così squisitamente umane che non riusciamo a immaginare l'una senza l'altra. Ma sono davvero così indissolubilmente legate?

La domanda - in soldoni - è: "può esistere un'intelligenza intuitiva senza soggetto?"
Le implicazioni della risposta a questa domanda sarebbero importantissime: se riuscissimo a creare una macchina intelligente non autocosciente, essa non avrebbe nessun interesse a "ribellarsi" perchè non avrebbe un "io" da contrapporre a un "loro". Potrebbe comunque prendere decisioni che avrebbero conseguenze nefaste, ma non cercherebbe di "imporsi" qualora gli esseri umani decidessero di fare altrimenti. 
Senza un "io" non avrebbe una personalità e quindi concetti come odio, amore, autoaffermazione, orgoglio, risentimento, vendetta, gli sarebbero del tutto estranei. 
Rimarrebbe, pur con la sua intelligenza, un qualcosa e non un qualcuno.

Una macchina del genere potrebbe risolvere problemi complessi, sostenere una conversazione e via dicendo, ma non avendo un "io" non potrebbe formulare da sè propositi e obiettivi: potrebbe scrivere una canzone o dipingere un quadro, ma dovremmo essere noi a chiederglielo. 

Il problema è che sulla coscienza sappiamo davvero poco: sappiamo che esiste una macchina biologica - il cervello - che ha sviluppato questa funzione, ma non sappiamo in che modo lo faccia. Tanto che parliamo di "qualità emergente", che è un modo carino per dire che non abbiamo la più pallida idea di cosa diavolo succeda.

Sono domande che, a quanto ne so io, oggi non hanno una risposta. E sono domande difficili anche da formulare in modo chiaro, essendo a cavallo tra scienza e filosofia. Tuttavia trovare le risposte a tali domande mi sembra importante per decidere con cognizione di causa cosa farne della futura intelligenza artificiale.

venerdì 16 gennaio 2015

Quando sento le parole "senso della vita" metto mano alla pistola

Porre le domande nella giusta prospettiva è sempre importante.


Ogni volta che sento le parole "senso della vita" metto mano alla pistola, come direbbe un famoso pedagogo(1).

Dopo gli ultimi articoli sul terrorismo e la censura torno ad occuparmi della cosa che so far meglio: sproloquiare sui massimi sistemi senza giungere a nessuna conclusione.
Molti di quelli che si pongono domande sul senso della vita lo fanno da una prospettiva che a voler essere gentile potrei definire sfocata, arbitraria, confusa e inconsistente. Da qui la citazione precedente.

La maggior parte della gente infatti si chiede che senso abbia una cosa che nemmeno è in grado di definire, e già questo mi sembra un po' grossolano come errore metodologico.
E qui sta il punto chiave: la vita è una cosa molto difficile da definire.
Avendo escluso la possibilità dell'esistenza dell'anima - gli assassini di questa possibilità si chiamano "principio della chiusura causale del mondo fisico", "secondo principio della termodinamica" e "rasoio di occam"(2) - mi sono spesso chiesto in cosa consista esattamente l'essere "vivi".

Me lo sono chiesto spesso perchè la morte mi fa orrore - c'è poco da filosofarci, death sucks - e mi chiedo se l'uomo riuscirà mai a sconfiggerla definitivamente. Per far ciò bisognerebbe ovviamente comprendere cosa distingue una cosa viva da una cosa non viva(3).

Sembra una domanda banale, tuttavia il video che vi posto oggi mi ha fatto riflettere su alcuni punti chiave che non vi voglio anticipare perchè vi rovinerei la sorpresa e l'orgasmo mentale che ho provato io e che mi auguro possiate provare anche voi. 
Un orgasmo mentale fatto non di risposte - putroppo - ma di domande finalmente poste in modo intelligente, lucido e a tratti anche geniale.

Altri sproloqui sull'argomento verranno in seguito, è un campo di riflessione indescrivibilmente vasto e intricato. Ma prima sono curioso di sentire e leggere i vostri commenti sul video.

Buona visione.
Ps: il video è sottotitolato in italiano, non temete. Ma se sapete l'inglese vi sfratacasserete dalle risate al minuto 2:48



(1) il primo che capisce la battuta e mi copre di insulti lo copro di insulti a mia volta.
(2) se volete saperne di più su questa cosa magari ci scrivo un post. Se vi interessa.
(3) questo sarebbe solo il primo passo. Poi dovremmo comprendere quali meccanismi della "vita" creano la coscienza, e capire qual'è la relazione tra vita e coscienza. Poi ancora dovremmo imparare a ricrearli artificialmente. Poi ancora dovremmo imparare a trasferire la coscienza da un supporto all'altro. E' una lunga strada.

mercoledì 5 febbraio 2014

Quite good new world - parte III - Ambientalismo, lampioni, abusivismo edilizio (una risposta)

Gli "stupidi lampioni" di cui si parla.

Oggi mi sono connesso e ho trovato una lunga e interessante - nonchè costruttivamente pungente - risposta a quello che ho scritto nel mio --> post sull'ambientalismo.
Siccome, appunto, è interessante e articolata, ho deciso di pubblicarla per intero come post sul blog, seguita da una mia risposta. 
Sono consapevole che si tratta di una lettura piuttosto lunga, ma penso che ne valga la pena.
Buona lettura.

Franz cita gli stupidi lampioni.
Ecco una risposta, in due parti per i limiti di lunghezza imposti dal sistema [nei commenti, qui ovviamente è tutta assieme, ndF].

Uno dei più famosi paradossi di Zenone afferma che se Achille venisse sfidato da una tartaruga nella corsa lasciando alla tartaruga un certo vantaggio, egli non riuscirebbe mai a raggiungerla, dato che Achille dovrebbe prima raggiungere la posizione occupata precedentemente dalla tartaruga la quale, nel frattempo, sarà avanzata raggiungendo una nuova posizione che la farà essere ancora in vantaggio. Quando poi Achille raggiungerà quella posizione, nuovamente la tartaruga sarà avanzata precedendolo ancora. Questo stesso discorso si può ripetere all'infinito e così la distanza tra Achille e la lenta tartaruga pur riducendosi non arriverà mai ad annullarsi.
Argomentazioni di questo genere se ne sentono spesso e finiscono a volte per convincere chi le ascolta oppure, più facilmente, per offrire appigli dialettici a sostegno di tesi errate o false. I fatti tuttavia spesso si incaricano di dimostrare che Achille raggiungerà e sorpasserà presto e agevolmente la tartaruga, smentendo argomentazioni apparentemente sensate che tuttavia si reggono su errori nascosti (voluti o involontari).
Ci concentreremo sul primo e sul terzo dei punti esaminati da Franz poichè sono i più interessanti.

Primo punto.
I fatti dicono che l'uso del termine "natura" e dei suoi derivati è saldamente parte del linguaggio che le persone utilizzano. Questo ne testimonia senza dubbio l'utilità per la funzione di trasmettere dei concetti comprensibili. Senza la validità di questa funzione, il termine sarebbe caduto da tempo in disuso oppure avrebbe finito per suscitare gli stessi effetti spiazzanti di parole quali "antani" o "sbiriguda". Invece le persone si capiscono quando si parla di natura.
Tuttavia, Franz argomenta che tutto è natura e dunque niente lo è più di qualcos'altro, il che dimostrerebbe l'inutilità del concetto. Sembra ragionevole: ma allora perchè i fatti lo smentiscono?
Natura, naturale, naturalità sono parole che assumono senso in relazione a qualcos'altro, in base al contesto in cui sono inserite. La stessa cosa può essere naturale in un caso e non naturale in un altro. Può giovare un esempio. Lucia vive in città ed è abituata a convivere col traffico e col cemento. A un certo punto decide di "rifugiarsi nella natura" e va a passare una giornata facendo una scampagnata in una zona rurale fatta di campi coltivati, frutteti e poche rare case sparse. Quello stesso giorno, casualmente, Franco, che vive proprio in una di quelle case sparse, sente il bisogno di "rifugiarsi nella natura". Franco, dunque, va a passare la giornata facendo una escursione in una vallata isolata e impervia dove gli unici rumori sono l'acqua del torrenti, gli uccelli e gli insetti. Lo stesso luogo diventa per Lucia la natura dove rifugiarsi e per Franco la non-natura da cui fuggire.
L'errore di Franz, dunque, consiste nel voler attribuire al termine natura un significato assoluto e dei confini ben definiti, che cozzano con l'uso relativo del concetto di natura. D'altra parte, quanto esattamente occorre imbottire una sedia affinchè la si possa chiamare poltrona? Ben difficile dare una risposta, vero? Ma altrettanto difficile sostenere che non esistano differenze tra sedie e poltrone.
Anche la scelta, da parte di Franz, del concetto di "artificiale" come contrario di naturale è arbitraria. E' infatti solo uno dei significati possibili. Inoltre, anche all'interno di ciò che è considerabile come "artificiale", nel senso di prodotto dall'uomo, si possono individuare differenze riguardo alla "naturalità". Ad esempio, se affermo che un muretto a secco è "più naturale" di un muro di cemento e mattoni, non sarà difficile per un interlocutore comprendere il senso del termine "naturale" in questa frase.

Terzo punto.
"La natura ha valore estetico" è per Franz una delle "idee che in gran parte non condivido".
Anche qui i fatti sono chiari. Il valore estetico della natura (personale, come tutto ciò che attiene all'estetica) non solo esiste ma è anche molto evidente nelle sue conseguenze sugli esseri umani. Pensiamo a quanti luoghi "naturali" sono visitati da turisti solo per il valore estetico che hanno. Pensiamo a quante stupide foto testimoniano che gli esseri umani apprezzano dal punto di vista estetico gli spettacoli percepiti come "naturali" quali i paesaggi, il cielo, gli animali. 
Per sostenere una tesi così inverosimile, Franz ha qui bisogno di costruire un "argomento dell'uomo di paglia" cioè una tesi simile a quella che si vuole contraddire, ma più debole, allo scopo di smentirne facilmente una per dare l'impressione di aver confutato l'altra.
In particolare, Franz inventa una figura fittizia di ambientalista secondo cui "la natura, in quanto armoniosa e perfetta, è anche bella, e di conseguenza ogni intervento dell'uomo sul paesaggio naturale è per definizione brutto" e che "considera come prezioso qualsiasi paesaggio naturale e come un abominio ogni opera di antropizzazione".
Estremizzare l'argomento iniziale è una delle più tipiche manifestazione dell'argomento dell'uomo di paglia. Basta ribattere che non sempre l'opera dell'uomo devasta il valore (estico ma non solo) della natura, anche se spesso questo accade. Est modus in rebus.

Avendo, con queste argomentazioni fallaci, annullato il valore estetico della natura, Franz può concludere che "l'uomo deve (...) preservare le proprie fonti di cibo, la qualità dell'aria e tutto quello che può garantirgli un'esistenza migliore". Come se un'esistenza migliore dipendesse solo da fattori materiali e non anche dai cosiddetti "bisogni immateriali", categoria che include quelle necessità non primarie percepite come tali, non a caso, nei luoghi ove lo sviluppo sociale, culturale ed economico ha raggiunto le massime vette e molto meno ad esempio nel terzo mondo. Vale a dire che un tedesco probabilmente potrebbe spiegare a un siciliano quanto è bella la Sicilia o quanto vale il territorio stuprato dagli stupidi lampioni molto meglio che non il contrario.

Possiamo concludere dunque che Franz Karpanov, pur iniziando l'articolo con la frase "Io sono ambientalista" ha composto un ottimo "Manifesto dello speculatore edilizio", che potrebbe essere perfettamente utilizzato per un comizio dai nostri rappresentanti politici attuali e temo anche da quelli futuri e che farebbe certamente presa sul modo di pensare purtroppo diffuso tra il popolo della nostra terra, con cui è perfettamente in linea.


Note:
http://it.wikipedia.org/wiki/Paradossi_di_Zenone
http://it.wikipedia.org/wiki/Argomento_dell%27uomo_di_paglia

Questo era il commento, qui di seguito la mia risposta.

Parto dalla fine, cioè dal fatto che secondo te io ho usato "l'argomento dell'uomo di paglia". Ovvero ho preso un'argomentazione, spingendola all'estremo e trasformandola perciò in qualcosa di errato e facilmente attaccabile.
Beh, francamente è vero, è proprio quello che ho fatto. Il punto è che in un certo senso è un'operazione necessaria quando - invece di trattare il punto di vista di un singolo individuo come sto facendo ora con te - si affronta un'idea in astratto.
Ad esempio, se avessi scritto un post sul pensiero religioso avrei potuto parlare di segregazione sessuale, di violenza, di pensiero irrazionale, di affinità con la pazzia (l'ho fatto --> qui, in effetti) e di altre mille cose decisamente negative. Va da sè che un religioso moderato avrebbe potuto scrivermi dicendo che sto costruendo una posizione facilmente attaccabile al solo scopo di demolirla, e che l'immagine del religioso totalmente irrazionale è fittizia. E in gran parte avrebbe ragione, ogni persona è unica e ha il suo punto di vista, che molto raramente abbraccia in modo totale ed estremo una data idea. I ragionamenti delle persone sono pieni di "se" e di "ma", ma questo non toglie che una data idea considerata in astatto possa contenere errori anche grossolani. 
Indipendentemente da quali e quante siano poi le persone che effettivamente abbracciano tale idea in modo integralista.

Andiamo ai due punti su cui mi hai scritto:
Mi sono preso la briga di affermare che la natura "non esiste" proprio in quanto nel senso comune - come mi fai notare - c'è una distinzione più o meno netta tra quello che è natura e quello che non lo è. Se il termine non fosse utilizzato nel linguaggio comune non avrei avuto motivo di scrivere il primo punto della discussione.
Ora, la prima obiezione che mi muovi è questa: tu sostieni che il concetto di natura ha un valore relativo, per cui la natura di Lucia non è la natura di Franco. In realtà questo esempio non regge molto: non è il concetto di natura ad essere relativo in questo caso, ma la "quantità" di "natura" (cioè per semplificare di stare a contatto con piante, animali, terra ecc.) di cui i due sentono il bisogno. E' un po' come dire che se per me "uscire a bere" significa farmi otto birre e per te significa fartene tre allora il concetto di "birra" è relativo. Ovviamente non è così, io ne voglio di più, tu ne vuoi di meno, ma la birra è sempre birra.
Immedesimandomi in quello che prova Lucia, l'ambiente urbano per lei è - mettiamo - "5% natura". C'è qualche albero nei viali e qualche passero sui tetti. Quando stacca la spina e va a passare una giornata in campagna passa in un ambiente che è - sempre a caso - "70% natura" e trova la cosa gradevole. Stesso discorso per Franco dal "70% natura" della campagna al "98% natura" della sua valle.
Nonostante il livello di "naturalità" percepito come gradevole dalle due persone nell'esempio sia differente, ho l'impressione che l'opposizione "natura vs non-natura" sia comunque ben definita.
Con "la natura non esiste", in ogni caso, non intendevo affermare che non dovremmo più utilizzare questo termine, io stesso ho continuato a usarlo per tutto il post perchè appunto è utile a farsi capire. Le parole, tuttavia, oltre a comunicare aridi concetti, contengono anche emozioni, giudizi di valore e via dicendo. Nell'esempio che fai tu (di Lucia e Franco) le parole "rifugiarsi nella natura" tradiscono un'insieme di valori sottintesi: la natura come rifugio, come ritorno alle origini, come esperienza autentica di comunione col resto del mondo(1).
E' questo valore "mistico" del concetto di natura - come se fosse qualcosa di ontologicamente diverso da quello che è "umano", "artificiale", "tecnologico" o qualsiasi altro termine tu voglia usare - che contesto nel primo punto, ribadendo che per come la vedo io Lucia e Franco hanno provato solo il desiderio di spostarsi da un ambiente A a un ambiente B che avevano caratteristiche differenti (minor presenza di altri esseri umani, minor rumore, possibilità di trovarsi di fronte ad esperienze differenti dal quotidiano ecc.) che in quel momento gli andavano a genio. A e B sono differenti ma sono sullo stesso piano. Sarà una semplice questione di puntiglio che non cambia di molto le carte in tavola, ma che tenevo a sottolineare.

Passando al secondo punto, tu mi dici che il valore estetico della natura è testimoniato dal fatto, ad esempio, che i turisti (so che quello dei turisti è un caso estremo e che l'argomento si applica alle persone in generale) amano visitare luoghi naturali e ne apprezzano il valore estetico, scattano foto ecc. 
Questo argomento viene presentato da te come una prova del valore estetico della natura.
Sembra quasi che tu qui abbia usato con me lo stesso "argomento dell'uomo di paglia" di cui mi accusi. La mia posizione infatti non è che la natura non possa avere MAI un valore estetico, ho detto che non ha valore estetico intrinsecamente, in quanto natura.
Ho detto che "alcuni paesaggi naturali sono bellissimi, altri non dicono nulla. Alcuni animali sono carini, altri fanno davvero schifo al cazzo".
Ora tu potresti ribattere che anche questo è relativo e che un paesaggio naturale che per me non ha nessuna attrattiva naturalistica (tipo quello su cui sorgono i famigerati stupidi lampioni) per un altro può avere valore estetico(2). 
Tuttavia anch'io potrei appellarmi al senso comune di cui parli tu: i luoghi naturali che sono visitati e apprezzati dai turisti per il loro valore estetico sono dei luoghi ben precisi che hanno particolari qualità che li rendono degni di nota. Dove vanno i turisti a cercare la natura? Nelle riserve, sull'etna, al mare a vendicari, nei boschi montani dell'entroterra siciliano e via dicendo. Luoghi che vanno tutelati, come io stesso ho scritto: se mi piazzano le pale eoliche sul bordo del grand canyon o gli stupidi lampioni nel bel mezzo di Cava Grande mi incazzo come una bestia, l'ho scritto io, ricordi?
Gli stessi turisti, dopo il giro alla cava grande, apprezzano anche il gelato al bar sulla spiaggia e la serata in discoteca - sempre sulla spiaggia - con la musica a palla.
Puntualizzo: lungi da me sostenere una tutela ambientale a uso e consumo dell'industria del turismo, con quello che ho detto prima voglio solo ribadire che l'argomento secondo il quale il valore estetico intrinseco della natura non può essere testimoniato dall'apprezzamento delle persone per alcuni paesaggi naturali. 
Io ho sostenuto - ripeto - che la natura non è bella di per sè, ci sono paesaggi naturali belli e che vanno tutelati, altri in cui l'antropizzazione è accettabile, ed altri ancora il cui l'intervento dell'uomo addirittura migliora l'aspetto del paesaggio(3). 
Di bisogni non materiali, è vero, non ne ho parlato esplicitamente. Semplicemente perchè ho dato per scontato che fossero inclusi in quel "tutto quello che può garantirgli un'esistenza migliore": questo include la possibilità di godere in alcuni luoghi delle bellezze paesaggistiche, del silenzio ecc.
Il metro di giudizio di ciò che è bello, comunque, è sempre quello umano: semplificando a noi piace la cava grande, tanto che ci andiamo apposta solo per vederla. La Cava Grande è bella perchè a noi piace, non di per sè. Andare a vedere la cava grande è un bisogno ludico, non materiale, non primario, ma è comunque un bisogno umano.

Tu dici che "Basta ribattere che non sempre l'opera dell'uomo devasta il valore (estetico ma non solo) della natura, anche se spesso questo accade". Ma questo è precisamente quello che ho detto io, la difficoltà sorge quando si tratta di discernere in quali casi ci sia un valore estetico che viene devastato e in quali altri no.
Potremmo rispondere che, per sicurezza, possiamo semplicemente limitare quanto più possibile l'impatto estetico della presenza dell'uomo. Ma questa non è una risposta: cosa facciamo quando le esigenze estetiche sono in contrasto con quelle materiali? Nel post ho fatto l'esempio delle centrali eoliche, e adesso lo vorrei approfondire perchè calza a pennello.

Nell'ottica della riduzione dell'inquinamento si parla sempre più spesso - a ragione, secondo me - del passaggio da metodi inquinanti a metodi a basso impatto ambientale. Una centrale eolica ha un impatto sull'ambiente molto minore rispetto a una centrale elettrica che usa combustibili fossili, ma ha un impatto paesaggistico molto più consistente. Stesso discorso per un grosso impianto fotovoltaico.
Le motivazioni le conosciamo bene e sono di ordine tecnico: le pale eoliche devono essere grandi e devono stare dove c'è vento, ovvero in cima ad alture e colline, dove - casualmente - diventano anche MOLTO vistose. Ora, anche ammettendo che le centrali eoliche deturpino davvero il paesaggio (a me piacciono, ma sono gusti), come ci regoliamo? Abbiamo varie possibilità:

1)Diamo maggior importanza all'inquinamento estetico rispetto a quello chimico (lo chiamo così per comodità) e pur di non deturpare il paesaggio ci teniamo combustibili fossili e nucleare(4).
2)Cerchiamo di tutelare l'ambiente ad ogni costo, rinunciamo sia ai combustibili fossili che alle fonti alternative su larga scala, pagando il prezzo di una diminuzione del benessere materiale piuttosto drastica.
3)Diamo maggior importanza all'inquinamento chimico rispetto a quello estetico, ci liberiamo gradualmente del nucleare e dei combustibili fossili e passiamo ad eolico e fotovoltaico (e alle altre fonti rinnovabili, ovviamente).(5)

E' inutile dire che secondo me la soluzione migliore è la terza. Sottolineo che l'argomento secondo il quale c'è anche l'alternativa di limitare gli sprechi di energia con un'opera di ottimizzazione e qualche rinuncia non sta in piedi: se anche riuscissimo a passare totalmente alle fonti rinnovabili (punto III) dovremmo comunque ridurre gli sprechi e stringere un po' la cinghia, solo che in quel caso sarebbe un piccolo sacrifico, se adottassimo il punto II sarebbe un'immane catastrofe.

Ultimo punto, non posso che rigettare la tua accusa secondo la quale io avrei scritto un panegirico della speculazione edilizia, accusa a cui non sento nemmeno il dovere di rispondere: ti chiedo solo di dirmi cosa intendi esattamente per "speculazione edilizia" e in quali passi del mio post io l'avrei difesa o giustificata.

Grazie per aver scritto, comunque, e per avermi dato l'opportunità di spiegarmi meglio.

Note:
(1) ovviamente non intendo dire che tu intendevi quello, ma che nel senso comune questi concetti sono ampiamente condivisi.
(2) anche per me ha valore estetico, ma ce l'ha anche se ci sono i lampioni e le rotatorie.
(3) la foto del paesaggio abbellito dalla centrale nucleare del post precedente è ovviamente una provocazione, ma un esempio estremo - e valido - di quest'ultimo caso è il bellissimo Cretto di Burri, a Gibellina Vecchia.
(4) certo, in italia il nucleare non c'è, ma questo è un discorso in generale. E comunque l'inquinamento radioattivo se ne frega dei confini nazionali.
(5) ovvio che nella mia trattazione ho dovuto semplificare fino all'osso e trattare queste tre possibilità in modo avulso da un particolare contesto e trascurando tantissime questioni di fattibilità e di tempi. Più che soluzioni assolute potremmo definirle "tendenze", ma la sostanza non cambia poi di molto.

venerdì 31 gennaio 2014

Quite good new world - parte II - Natura e ambientalismo

Paesaggio naturale abbellito da una splendida centrale nucleare

Io sono ambientalista. Sembra una cosa quasi scontata esserlo al giorno d'oggi, ma chi mi conosce personalmente sa che detto da me suona piuttosto strano, e molti sono convinti che io stia all'ambientalismo come Hitler alla pace tra i popoli. In realtà non è così, il punto è che la maggior parte delle persone che si definiscono tali partono da concetti e idee che in gran parte non condivido, per cui mi ritrovo spesso a contraddirli.
Vediamo quali sono.

1)Esiste qualcosa come "la natura". 
Ecco, già questo è in parte sbagliato. "Naturale" non è opposto ad "artificiale"*, esso ingloba anche l'uomo e tutti i suoi manufatti. E siccome un concetto che include tutto - per cui "natura" includerebbe tutto ciò che esiste - in realtà non esprime nulla, ecco che mi trovo a dichiarare che la natura non esiste.
Mi spiego: molti animali modificano il territorio in cui vivono e producono dei manufatti, se avete visto mezza volta super quark ne saprete quanto me di nidi di uccelli, termitai, formicai e via dicendo. 
Per inciso, le formiche tagliafoglie coltivano (sì, COLTIVANO nel senso che diamo noi umani al termine) un fungo all'interno dei formicai, di cui poi si nutrono. 
Tutto questo lo consideriamo come squisitamente naturale, anzi, utilizzando un linguaggio pieno di clichès, quando apprendiamo che le formiche coltivano funghi parliamo di "meraviglie della natura". Ora, tra le piantagioni di funghi delle formiche e le serre degli esseri umani che differenza c'è? O tra un nido di uccello e una casa? Visivamente le differenze ci sono per una questione di dimensioni e complessità, ma in sostanza sono la stessa cosa. Gli uomini modificano il loro ambiente, come lo fanno molti altri animali.
In questo post, tuttavia, continuerò ad usare il termine secondo il senso comune per amore della chiarezza.

2)La natura è in equilibrio. 
Questa è un'altra affermazione che sento spesso: secondo molti la natura è di per sè in equilibrio perfetto, e siamo noi esseri umani che turbiamo questi equilibri. Beh, non è così. Di specie animali se ne sono estinte un botto anche prima che l'uomo comparisse sulla faccia della terra, e - questa non ve l'aspetterete mai - anche l'inquinamento non è una cosa prettamente umana. Le alghe infestanti ad esempio possono sterminare la fauna di un lago, i fumi di un'eruzione vulcanica o di un incendio possono far stragi di animali e piante, nelle città prima dell'invenzione dell'automobile una delle fonti d'inquinamento più pericolose era la cacca dei cavalli. Se noi definiamo come inquinante qualsiasi sostanza o evento capace di indurre patologie, morte o danni di qualche tipo alla fauna di un luogo allora ne deduciamo senza ombra di dubbio che l'inquinamento esiste anche in natura. Non per nulla i ricercatori sostengono che tra le cause della grande estinzione di massa del permiano-triassico ci sia proprio l'inquinamento naturale (ovviamente non viene usata questa espressione, ma di quello si tratta).

3)La natura ha valore estetico.
La natura, secondo alcuni, in quanto armoniosa e perfetta (e non è così, vedere punto 2), è anche bella, e di conseguenza ogni intervento dell'uomo sul paesaggio naturale è per definizione brutto. E' una concezione così indifendibile che mi trovo seriamente in difficoltà nel trovare un appiglio per attaccarla, dato che il fatto che sia una cazzata è autoevidente. Ma ci provo lo stesso: il concetto di bellezza è qualcosa squisitamente umano, per cui spetta a noi decidere se una cosa è bella o meno, e quindi se valga la pena preservarne il valore estetico. Agli animali (a parte l'uomo) e alle piante non gliene frega proprio nulla se una cosa è brutta o no, è una preoccupazione tutta nostra. 
Alcuni paesaggi naturali sono bellissimi, altri non dicono nulla. Alcuni animali sono carini, altri fatto davvero schifo al cazzo (del resto non vedete tanti animalisti che si schierano contro il sistematico sterminio perpetrato dall'uomo ai danni della Periplaneta Americana). Considerare come prezioso qualsiasi paesaggio naturale e come un abominio ogni opera di antropizzazione denota quantomeno una certa mancanza di gusto.

Ora, detto questo, quali sono i doveri dell'uomo verso la natura? Non ce ne sono, l'uomo deve fare come qualsiasi altro animale: pensare a sè stesso e basta. Questo pensare a se stesso include ovviamente preservare le proprie fonti di cibo, la qualità dell'aria e tutto quello che può garantirgli un'esistenza migliore. 
Ogni specie animale lo fa: non ho mai visto un cane o un gatto fare la cacca accanto al cibo, ad esempio. Perchè? Perchè questo rovinerebbe la qualità del suo ambiente e della sua vita. 
Io sono ambientalista come lo sono i gatti e i cani che non cacano dove mangiano.

Per questo, ad esempio, sono contrario al nucleare, anche se le centrali nucleari esteticamente sono bellissime: il nucleare inquina, e se salta in aria qualcosa avvelena il cibo, l'acqua, provoca tumori e mutazioni genetiche e tutte le varie amenità che purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Per lo stesso motivo sono d'accordo con chi sostiene che è necessario abbassare le emissioni inquinanti delle automobili e delle industrie, e se è possibile azzerarle tanto meglio.
Però voglio chiarire una cosa: dal momento in cui si trovasse il modo di avere energia nucleare pulita e non pericolosa per me potremmo riempire l'intero territorio nazionale di centrali nucleari: un sacco di energia = un sacco di benessere.
Per lo stesso paradigma ad esempio non capisco perchè molti ambientalisti odiano le centrali eoliche. Non inquinano, non rovinano l'aria, non peggiorano in nessun modo le nostre condizioni di vita e per contro producono un bel po' di energia.
Sì, ma il rumore che fanno potrebbe (ma non è provato) disturbare la fauna. Sapete cosa? Me ne sbatto.
Sì, ma rovinano il paesaggio. Questo è un punto di vista, a me non dispiacciono, andate a farvi un giro lì in mezzo e poi ditemi se non vi è preso un tuffo al cuore a vedere quelle cose enormi che si muovono. E' un po' come tornare bambini, ed è stupendo. E in ogni caso dipende da che paesaggio rovinano: se me le fanno sul bordo del Grand Canyon anch'io mi incazzo parecchio, altrimenti no.

E stesso discorso per gli "stupidi lampioni delle rotatorie" che hanno costruito dalle mie parti. 
-Inquinano? No. 
-Sorgono in un paesaggio di qualche interesse estetico? No, al massimo il paesaggio lo possono abbellire. Mica ve li hanno piazzati in un borgo medievale o nel bel mezzo della Cava Grande. Cava Grande è bella, lì i lampioni rovinerebbero il paesaggio, dove sono adesso non rovinano proprio nulla.
-Disturbano la fauna? Forse, ma la cosa non ci tocca, e la fauna può anche andarsene un po' più in là.
L'unico problema è che la luce (sì, ne fanno davvero un sacco) potrebbe disturbare le persone che abitano nei pressi, sparando luce gialla dentro le finestre delle loro camere da letto. Ma per quello basta orientare i fari in modo diverso o montarne di meno potenti, non ha senso buttarli giù.

La verità è che preservare l'ambiente è un mezzo per vivere meglio, non un fine da perseguire a tutti i costi. Alcune persone nella smania di preservare l'ambiente si scordano che prima di tutto è il benessere della specie umana che deve essere preservato. E' questa è la cosa MENO NATURALE che ci sia.

*il contrario di "naturale" non è "artificiale", al massimo potrebbe essere "culturale". Ma qui si apre un discorso lunghissimo e non pertinente con gli scopi del post. Se non alla fine, in cui appunto sostengo che pensare di preservare la natura ai danni dell'uomo non è una cosa naturale, è - appunto - una questione di cultura.

UPDATE: Un lettore del blog ha postato un lungo e interessante commento a questo articolo. Potete leggerlo tra i commenti qui sotto o, meglio ancora, --> qui, seguito da una mia risposta.