Un altro blog

Ad un certo punto mi sono reso conto che se avessi dovuto aprire un blog per ogni cosa che mi piace, mi interessa o ho semplicemente voglia di condividere ne avrei dovuto aprire una ventina. Fino ad ora ho fatto così e la cosa non ha funzionato: troppe cose dette in modo troppo sparpagliato. Ora questo è il mio unico blog, senza fronzoli e senza pretese: qui c'è tutto quello che ho voglia di raccontare. Ciao.

ATTENZIONE

A quanto pare è successo qualcosa di strano e molte delle immagini presenti nel blog sono sparite, compresa l'intestazione. Non ho idea di cosa sia successo, forse è colpa delle scie chimiche che mi faccio davanti al pc.
Mi scuso per il disagio e cercherò di riparare i danni appena possibile, nel frattempo i post sono ancora on-line quindi potete leggerli lo stesso.
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martedì 12 giugno 2018

Ridefinire i termini dello scontro

La mia generazione è cresciuta in un mondo diverso rispetto a quello in cui viviamo oggi. I punti di riferimento culturali e politici e le prospettive da cui li guardiamo sono mutati in modo sostanziale negli ultimi anni.
Io, i miei coetanei e le generazioni precedenti a noi, sono cresciuti con un'opposizione netta tra due posizioni politiche, definite con i termini oggi molto problematici di "destra" e "sinistra".
I concetti di "destra" e "sinistra" avevano una duplice natura: da un lato strettamente politico-economica, dall'altro etico-morale. Questa duplice natura non era oggetto, se non in rari casi, di problematizzazione.
Alla lotta per i diritti dei lavoratori e per il welfare si accompagnava una visione progressista della vita civile, con l'idea che il superamento delle vecchie istituzioni (la famiglia, la patria, la chiesa) sarebbe stato di grande beneficio per la creazione di una società più libera e felice. Il paradigma del "libero amore" è l'espressione più emblematica di tutto ciò, in una posizione politica un po' strana ma molto feconda che vedeva i metalmeccanici e gli hippie dallo stesso lato della barricata.
Viceversa, chi si definiva di "destra" era per il libero mercato e le privatizzazioni, e allo stesso tempo portatore di una visione conservatrice della vita civile, quella che chiamavamo - con disprezzo - "morale borghese". Dio, famiglia, sobrietà, quella roba lì.
Avevo quattordici anni quando ragionavo secondo questi schemi, oggi ne ho trentatrè e le cose sono cambiate in modo evidente e profondo, anche se nessuno delle persone che mi sta attorno sembra percepire la cosa come un problema.
Mi spiego: la parte politica che oggi propugna gli ideali etico-morali della (fu) sinistra, è la stessa che propugna quelli politico-economici della destra liberale.
L'uomo di sinistra del 2018 è combattuto tra l'adesione a quei valori di libertà che finalmente si stanno realizzando - vedasi le unioni civili, la legalizzazione delle droghe leggere, la secolarizzazione galoppante della nostra società - e quei meccanismi economici liberali e capitalisti che stanno rendendo il mondo occidentale sempre più povero, sempre più precario, sempre più disastrato.
L'uomo di sinistra nel 2018 è un'entità schizofrenica (nel senso etimologico: cioè che la sua mente è scissa, separata, frammentata) in cerca di se stessa.
E' tentato di dare forza a quella parte politica che vuole permettere ai gay di sposarsi, ai ragazzi di girare il mondo, che vuole una società laica e aperta e multiculturale ecc., ma è consapevole - quando lo è - che quella stessa parte politica ha venduto l'occidente (l'italia, l'europa, gli usa) a una serie di gruppi bancari privati e di multinazionali, uccidendo il welfare, il lavoro, e puntando una pistola alla tempia della democrazia.
Del resto, se la vecchia "morale borghese" cade a pezzi è perchè non è più funzionale agli interessi del capitale. Oggi non ci vogliono più famiglie unite e devote che diano figli-lavoratori alla patria, ma consumatori casuali in perenne stato di bisogno.
Un punto importante non suffragato da studi scientifici, ma che è solo una mia impressione, è che a livello personale l'aspetto etico-morale giochi un ruolo preponderante rispetto a quello strettamento politico-economico, probabilmente perchè dal punto di vista psicologico questo aspetto è sentito in misura maggiore rispetto alle dottrine economiche. Non solo, le questione etico-morali sono anche più facili da capire, ed è più facile prendere posizione su di esse in un senso o in un'altro.
Questo è tanto più un problema se si considera il fatto che dal punto di vista oggettivo l'aspetto economico-politico ha delle conseguenze di gran lunga più significative rispetto a quello etico-morale.
Queste questioni rimangono, a quanto vedo, al di sotto della soglia della coscienza nella maggior parte delle persone che conosco. Sono problemi irrisolti ma in qualche modo negati alla radice perchè destabilizzano troppo, suggerendo che in molti casi sia opportuno rivedere le proprie posizioni.
Auspico, però, che la questione venga a galla al più presto, e che si ridefiniscano i termini dello scontro.

domenica 3 giugno 2018

Sulle dichiarazioni del ministro Fontana

Due parole sul tema "gente di sinistra che vota m5s" e sulle dichiarazioni del ministro Fontana.

Alle ultime elezioni parte dell'elettorato - quello povero, per dirla senza peli sulla lingua - di sinistra si è trovato in una condizione piuttosto spiacevole.

Da un lato abbiamo il PD (e LEU, che altro non è che un'appendice dello stesso fatta per intercettare quelli che se non vedono il rosso non ci mettono la X), una forza politica progressista dal punto di vista dei diritti civili, che ha fatto molti passi avanti nel riconoscimento delle unioni di fatto e in generale dei diritti delle minoranze. Questa stessa forza progressista si è però dimostrata sorda e cieca (quando non direttamente distruttiva) per quando riguarda lo stato sociale.

Dall'altro lato abbiamo il m5s che - a parole, vedremo ora nei fatti - ha sempre affermato di voler riportare un po' di giustizia sociale ma che sul campo dei diritti civili si è mostrato sempre tiepido. Movimento che al governo è affiancato dalla Lega - che ha preso una bella quota di voti da parte della classe operaia al nord per motivi analoghi, principalmente per la sua avversione alla Fornero - che è decisamente conservatrice dal punto di vista dei diritti civili.

La mia idea è che non si dovrebbe essere nella condizione di dover scegliere tra i diritti civili e quelli sociali, li ritengo entrambi patrimonio di quella che - non so più a che diritto in effetti - continuo a chiamare "sinistra".
Ma ad un certo punto ci si deve arrendere alla realtà e ammettere che l'immagine del grande partito di sinistra che difende i diritti dei lavoratori è niente più che una fantasia polverosa.

Preso atto di ciò - ci sono voluti anni di continue delusioni - non mi stupisce per niente che la grande massa dei disoccupati/precari/sfruttati sia stata ben più preoccupata della questione del lavoro e dello stato sociale più che dei diritti civili.

Tanto, per farla breve, senza soldi, senza casa, senza lavoro, senza sicurezza sociale, che tu sia gay o etero, che tu voglia essere una madre amorevole angelo del focolare o una donna libera e indipendente, ti ritroverai comunque a fare una vita di merda.

domenica 19 aprile 2015

Carota Meccanica - sulla libertà e il controllo sociale.



Con mio sommo imbarazzo devo ammettere di aver letto solo adesso - a trent'anni suonati - Arancia Meccanica di A. Burgess.
Ora, anche se penso che pochi di voi abbiano letto il libro, sicuramente molti hanno visto il film di Kubrick, o quantomeno ne conoscono la trama.

Se non avete fatto nè l'uno nè l'altro probabilmente dovreste.

Questa però non è una recensione del libro o del film, ma una riflessione sul suo significato e sul suo valore. Non come opera letteraria/cinematografica, ma come "parabola". Uso questo termine perchè lo stesso Burgess lo utilizzò parlando del suo romanzo e del suo significato:

"Il mio eroe, Alex, è veramente malvagio, a un livello forse inconcepibile, ma la sua cattiveria non è il prodotto di un condizionamento tecnologico o sociale - è una sua impresa personale in cui si è imbarcato in piena lucidità. La mia parabola, e quella di Kubrick, vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente a un mondo programmato per essere buono e inoffensivo. Arancia Meccanica doveva essere una sorta di manifesto sull'importanza di poter scegliere".

Ora, se Burgess non avesse parlato del suo romanzo in questi termini io non starei scrivendo queste righe. Com'è mia abitudine avrei semplicemente preso questo capolavoro per quello che è, senza necessariamente dovervi trovare delle implicazioni etico/morali. Ma, dal momento in cui l'autore stesso definisce il suo romanzo una "parabola", voglio prendermi la briga di raccontavi quello che penso sulla posizione etica presa dall'autore di Arancia Meccanica.

E, lo dico subito, non condivido la visione di Burgess. O per lo meno, la condivido nel contesto del suo libro - se il mondo in esso ritratto fosse quello reale -, ma se messa in relazione con la realtà dei fatti essa perde subito consistenza.

Dunque, la citazione di Burgess si basa su due assunti fondamentali, e sono questi assunti che io contesto:

1)La violenza di Alex è una sua scelta lucida e libera.
2)Un mondo programmato per essere "buono" deve basarsi su un rozzissimo condizionamento pavloviano che ti fa venire il mal di pancia se pensi di fare qualcosa di male.

Vediamoli nel dettaglio.


Dal punto di vista psicologico il personaggio di Alex è piuttosto improbabile. Il 99% dei criminali esercita la violenza allo scopo di raggiungere un fine, e anche quell'1% di "mostri" - come vengono talvolta chiamati - non fanno eccezione, solo i loro fini sono più contorti.
Non voglio dire che non esiste libertà di scelta, ma che - la realtà non è mai netta e limpida come la fantasia - nessuna scelta è scevra da pressioni sociali e condizionamenti esterni.

Il comportamento umano è SEMPRE in parte frutto di un condizionamento, di un sistema di premi e punizioni (potremmo dire più tecnicamente feedback positivi e negativi) che viene ha ricevuto come risposta ai comportamenti durante la vita e lo sviluppo.
La maggior parte delle volte (e non dico "sempre" per cautela) chi si comporta in modo malvagio lo fa perchè quei comportamenti hanno ricevuto in passato dei feedback positivi, o dal suo ambiente sociale o dal gruppo di riferimento.

I teppisti la cui violenza appare insensata e fine a se' stessa spesso ricevono o hanno ricevuto dei feedback ben precisi che influenzano quello che fanno e non fanno: al di là dei vantaggi materiali (che possono anche non esserci), il bullo riceve il rispetto dei pari dopo aver pestato il malcapitato di turno, o la stima degli altri bulli e la garanzia di non diventare egli stesso vittima. 

Ora, vi chiederete cosa c'entra questo col condizionamento.
Beh, ci sono due tipi di condizionamento: quello pavloviano (il cane sbava quando sente la campana / Alex ha un malore ogni volta che pensa di commettere un atto violento) e quello cosiddetto "operante". Questo secondo tipo di condizionamento è quello che in qualche modo la società e i gruppi sociali mettono in atto verso i membri che ne fanno parte.

Per capirci, il condizionamento operante è quello che si usa per addestrare i cani: quando il cane ubbidisce gli si dà un biscotto come ricompensa. Ora, la nostra società funziona così: quando il bambino fa i compiti riceve il plauso e la stima degli adulti, allo stesso modo quando il piccolo criminale commette un furto riceve l'approvazione del gruppo e l'incoraggiamento a continuare. 

Quella che viene chiamata "educazione" non si differenzia molto nella sostanza dall'addestramento dei cani: se fai così avrai un premio, se fai cosà avrai una punizione. Che si tratti dell'educazione istituzionale o di quella criminale la sostanza è sempre quella.

Per cui, sebbene esistano scelte, non vi sono mai scelte completamente libere da condizionamenti.


Per lo stesso motivo, il secondo assunto di cui parlavo prima viene a cadere: la società è sempre "programmata".
Non esistono società "libere" e società "programmate", ma solo società programmate male e società programmate bene.
Una società può essere programmata per produrre individui corrotti, criminali, egoisti ecc. o per produrre individui onesti, rispettosi delle regole (non della legge in sè, ma quantomeno del principio secondo cui devono esserci delle regole), altruisti ecc.
Del resto, se la scelta di comportarsi in modo etico piuttosto che in modo criminale fosse il risultato di una libera scelta completamente individuale, i tassi di criminalità sarebbero più o meno omogenei in tutti i paesi del mondo. E non è così.

Ora, chiediamoci, le società "sane" sono programmate per esserlo? In gran parte sì, ma non con un rozzo sistema pavloviano, bensì con un raffinato sistema di feedback positivi e negativi. Ammortizzatori sociali funzionanti, sistemi economici che incoraggiano la collaborazione, benessere diffuso e via dicendo sono tutti sistemi "programmati" che invogliano il cittadino a comportarsi in un modo onesto, mentre la perdita di diritti, di beni e della libertà lo scoraggiano dal compiere azioni scorrette.

Nelle società corrotte, abbiamo viceversa feedback positivi per le azioni malvagie (arricchimento, impunità, rispetto) e negativi per quelle buone.
Per cui nelle società corrotte - come quella italiana, specialmente qui al sud - l'imprenditore che vuole pagare il giusto gli operai non può reggere la concorrenza degli sfruttatori e chiude baracca, chi rispetta le regole quando potrebbe trasgredirle impunemente è "fesso" e chi protesta davanti ai soprusi è "sbirro" e "spione" e "infame".

Un certo grado di condizionamento è imprescindibile in qualsiasi società. Le leggi col loro carico di premi e punizioni non sono altro che condizionamento, l'educazione scolastica è condizionamento, il rapporto coi genitori è condizionamento. A volte questo condizionamento è spontaneo e non pianificato dall'alto, a volte è il frutto di un oculato intervento di ingegneria sociale. A volte condiziona verso comportamenti che comunemente riteniamo "buoni" a volte verso comportamenti che riteniamo "malvagi", ma tuttavia esiste sempre e comunque.


Gli Alex nel mondo - quelli intrinsecamente malvagi, malvagi per libera scelta - sono lo 0,0qualcosa%. Tutti gli altri sono malvagi perchè figli di una società malvagia, che invoglia e rafforza i comportamenti malvagi.

Ovviamente poi la storia di ogni persona è unica, per cui nelle società corrotte ci sono comunque degli onesti e nelle società sane ci sono comunque dei corrotti e dei criminali. Ma se la percentuale varia in modo rilevante, la società gioca comunque un ruolo in questo, altrimenti dovremmo chiamare in causa possibilità astruse tipo la malvagità genetica o l'influsso del diavolo.

E queste sì sono stronzate.

In ultima analisi, ben vengano le società "programmate per essere buone e inoffensive", ne abbiamo un fottutissimo, estremo bisogno.

venerdì 6 febbraio 2015

Bozza per un programma politico tecnoprogressista (parte 1)

Il punto cardine alla base del tecnoprogressismo è la convinzione secondo la quale la scienza e la tecnologia sono gli strumenti più efficaci e affidabili per migliorare le condizioni di vita materiali, psicologiche e sociali dell'umanità. Spetta a noi utilizzarle nel migliore dei modi per costruire un mondo migliore.


Il tecnoprogressismo è un principio molto vicino alla filosofia transumanista, ma che aggiunge ad essa una grande attenzione ai temi sociali, nella consapevolezza che non c'è vero progresso fin quando i suoi frutti non sono disponibili a tutti e non migliorano praticamente la vita delle persone. 

Partiti di stampo tecnoprogressista stanno nascendo in forma embrionale in tutto il mondo. Uno per tutti il Futurist Party americano, già costituito, e tante altre realtà che appartengono all'area transumanista e che si affacciano - per adesso solo in forma virtuale attraverso la rete - alla possibilità di un ingresso nella scena politica. Questo accade anche in italia, anche se molto molto timidamente.

Ora, posto che un partito transumanista-tecnoprogressista si costituisse davvero, quale programma dovrebbe avere? 

Fin quando si parla di filosofia possiamo discutere quanto vogliamo sul mind uploading e sulla singolarità tecnologica, ma va da sè che un partito deve dare risposte concrete a problemi attuali, e anche una corrente che pure si nutre di progetti e previsioni (e aspettative) a lungo termine non può esimersi dal farlo se vuole fare politica.
Viviamo in una periodo di grandi cambiamenti, forieri di grandi promesse e grandi minacce: problemi come la disoccupazione, la povertà di alcuni strati della popolazione e le conseguenti tensioni sociali richiedono urgentemente delle soluzioni pratiche e immediate. Un soggetto politico che trascuri queste cose non avrebbe, oggi, nessun motivo di esistere, sopratutto in italia.

In questo post provo a buttare giù alcuni punti che secondo me sono importanti, e dato che si tratta di un discorso lungo ho deciso di dividerlo in più parti, per cui alcune tematiche fondamentali qui non sono trattate perchè semplicemente ne parlerò successivamente.

Premetto che si tratta di una bozza, e che non avendo competenze da economista posso dire solo "a naso" se e in quale misura le mie idee siano realizzabili. Per questo sottopongo a voi questo post, sperando che possiate integrarlo, criticarlo, demolirlo o rafforzarlo con le vostre idee e critiche.

Bando alle ciance, ecco i miei punti:


1)Libertà economica

La disoccupazione tecnologica dovuta all'automazione è oggi un problema, ma domani potrebbe essere una grande risorsa. Essa è infatti un problema soltanto nella misura in cui possedere un lavoro è conditio sine qua non per accedere all'uso di beni e servizi, anche quelli basilari.
Posto questo come punto fermo, svincolando il lavoro dal reddito attraverso l'istituzione di un reddito di cittadinanza o l'accesso gratuito a determinati beni e servizi si raggiungerebbero almeno due obiettivi:

a)Riduzione della povertà e del crimine ad essa connesso.
b)Liberazione della forza creativa e imprenditoriale degli individui. Il lavoro ripetitivo sottrae tempo ed energia che potrebbe benissimo essere impiegata altrove lasciando il lavoro alle macchine. Sebbene siamo lontani dal roseo futuro in cui le macchine potranno svolgere lavori complessi e creativi, c'è tutta una schiera di lavori che potrebbe essere completamente automatizzata, e le persone che adesso occupano quei posti potrebbero impegnarsi in attività differenti (anche che non producono lucro immediato) senza nessun costo per la società.

Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere 
- universale: lo ricevono tutti i cittadini.
- sufficiente: nello specifico sufficiente al soddisfacimento delle necessità esistenziali come cibo, energia, vita sociale ecc. Al costo della vita attuale in italia potremmo fare sugli 800-1000 euro per chi possiede una casa di proprietà, e magari lo si potrebbe modulare in relazione al costo della vita della zona di residenza.
- incondizionato: lo si riceve a prescindere dal fatto che si lavori o meno. Magari lo si potrebbe sospendere a chi lo usa per delinquere o in qualche altro caso eccezionale, ma sostanzialmente la sua erogazione dovrebbe avvenire a prescindere da altri fattori, per il solo fatto di essere cittadino.

Il carattere incondizionato del reddito di cittadinanza risolverebbe facilmente il cosiddetto problema motivazionale, ovvero l'obiezione secondo la quale percependo il reddito di cittadinanza (e perdendolo qualora si trovi un lavoro) nessuno vorrebbe più lavorare. Se il reddito di cittadinanza si andasse a sommare a quello percepito come salario per il lavoro la gente continuerebbe a voler lavorare. Solo non sarebbe più un dramma non riuscirci.



2)Efficienza e produzione

Superato lo scoglio della disoccupazione tecnologica si potrebbe spingere a fondo sull'acceleratore dell'automazione e dell'innovazione senza paura di ripercussioni negative sul mercato del lavoro e sulla società.

L'automazione gioca un ruolo chiave nella più ampia necessità di raggiungere una maggiore efficienza sia nell'ambito della produzione che in quello dei servizi: ecco alcuni esempi di certo non esaustivi, ma utili a capire cose intendo.

a)Favorire la produzione di cibo vicino al luogo del consumo. Ora il "cibo a km0" non è niente di nuovo ma oggi come oggi è una cosa da ambientalisti snob e con molti soldi perchè è disponibile a un prezzo maggiore rispetto a quello importato a causa della scarsa efficienza dei metodi di produzione.
Il km0 - procedendo in modo scientifico - potrebbe funzionare per fasi:
Primo: analisi scientifica delle necessità nutrizionali della popolazione di una determinata area geografica (poniamo una città).
Secondo: progetto e realizzazione di un impianto che produca una quantità di cibo proporzionato alle esigenze della popolazione. Uso, quando necessario, di metodi avanzati come l'idroponico, l'OGM ecc. Anche la creazione di cibo completamente artificiale potrebbe essere presa in considerazione quando conveniente (tipo l'esperimento del Soylent, concettualmente molto interessante anche se ancora acerbo e non esente da problematiche).
Terzo: analisi costante dello sviluppo e del successo del progetto. Eventuali aggiustamenti di rotta se qualcosa non funziona, incorporazione continua dei metodi più efficienti man mano che vengono implementati.

b)Informatizzazione e centralizzazione degli archivi e degli uffici pubblici, automazione dei processi burocratici. Es.: se io cambio residenza sulla carta d'identità essa cambia anche in tutti gli altri miei documenti, che ovviamente saranno digitali.


3)Energia e consumi.

Il tema dell'energia è oggi di fondamentale importanza, in primo luogo per la questione ambientale, ovvero il fatto che gran parte dell'energia prodotta oggi proviene da fonti non rinnovabili e inquinanti, e in secondo luogo perchè il costo dell'energia incide profondamente sul bilancio delle persone e quindi sul loro benessere materiale, oltre che su quello delle aziende.

E' quindi quasi superfluo dire che diminuire il costo dell'energia e ottimizzarne il consumo sono interventi necessari.

Sull'opportunità del passaggio a fonti rinnovabili non c'è nemmeno da discutere, se non per dire che purtroppo allo stato attuale delle cose pare che non sia possibile passare alle rinnovabili mantenendo invariati i consumi. Tuttavia sviluppare le rinnovabili il più possibile sarebbe un bene, così come sarebbe un bene investire sulla ricerca per l'implementazione del reattore a fusione nucleare.

D'altro canto, anche la diminuzione dei consumi dovrebbe essere messa sul piatto della bilancia. Per far sì che la diminuzione dei consumi sia auspicabile, però, essa non deve comportare una diminuzione della qualità della vita. I fondi stanziati in italia per la ristrutturazione degli edifici volta a migliorarne l'efficienza energetica è un buon - timido - passo in questa direzione.
Altri interventi potrebbero riguardare lo snellimento delle procedure burocratiche e della tassazione verso chi opta per modi di abitare alternativi ed efficienti dal punto di vista energetico: movimenti come quello delle "Tiny homes" e delle "earthships" (in USA e nordeuropa), dichiaratamente e praticamente votati all'efficienza energetica si scontrano quotidianamente con vincoli burocratici e rotture di coglioni varie - termine tecnico - da parte delle autorità, mentre dovrebbero essere da esse favorite, magari prendendo in considerazione l'idea di agevolazioni per chi intende costruire case ad alta efficienza energetica, eccezioni ai piani regolatori ecc. Mi rendo conto che è un discorso secondario ma è un argomento che mi appassiona e porterebbe comunque un piccolo contributo.

Nell'ambito della produzione si potrebbe trovare il modo di favorire la produzione on-demand per mezzo di processi CAM (computer aided manufacturing, in soldoni stampa 3d, taglio laser, fresatrici cnc ecc.). Ancora non siamo a livelli tecnologici tali da poterla sostituire alla produzione di massa, ma quando ci arriveremo dovremo essere pronti a sfruttarne tutti i vantaggi, perchè la produzione on demand è incompatibile con la produzione in eccesso, e questo ovviamente limita gli sprechi di energia e di risorse.

Stessa cosa per quanto riguarda i trasporti: oltre al miglioramento dei trasporti pubblici occorrerebbe detassare il possesso di veicoli elettrici, dato che essi allo stato attuale della tecnologia non possono assurgere al ruolo di veicolo principale. In soldoni: io uno scooter o una piccola auto elettrica me li comprerei volentieri se poi non dovessi pagare due bolli, due assicurazioni e via dicendo.
Questo innescherebbe poi un circolo virtuoso, per cui con i profitti di vendite sicuramente maggiori alle attuali le aziende che producono veicoli elettrici potrebbero investire di più in ricerca e sviluppo, creando veicoli ancora più parchi nelle emissioni e nei consumi, più efficienti e più prestazionali.


4)Formazione

Il progresso e la crescita del benessere di una nazione sono direttamente dipendenti dalle capacità e dalle competenze dei cittadini. Oggi, con i cambiamenti continui in ambito tecnologico e l'automazione che va a passi da gigante è sempre più probabile che durante la vita una persona debba sviluppare competenze sempre nuove. Tuttavia le agenzie che si occupano della formazione lo fanno in modo lento e inefficiente e sono per lo più slegate dal mondo del lavoro.

Non possiamo aspettarci del resto che un operaio, quando il suo lavoro non sia più necessario, prenda una laurea in biotecnologie o in robotica, perchè non avrebbe nè il tempo nè le risorse economiche. Sebbene questo problema potrebbe essere in parte risolto dall'istituzione del reddito di cittadinanza è importante che ci siano opportunità di lavoro per chi vuole coglierle. Una soluzione potrebbe essere l'istituzione di corsi specifici direttamente all'interno delle aziende, o comunque volti a sviluppare le competenze necessarie per svolgere quel determinato lavoro: tali corsi dovrebbero

a)essere orientati allo sviluppo specifico delle competenze che il lavoro richiede: solo quelle, e non altre.
b)avere un'importante componente pratica.
c)essere intensivi e di una durata limitata - qualche mese, massimo un anno a seconda dei casi.
d)essere pubblici, o se privati avere comunque un prezzo accessibile e regolamentato (è inammissibile che oggi un corso privato per l'uso di un software di 20 ore costi anche 800euro).

esempio: c'è carenza di programmatori per le app dei telefonini - la sto buttando a caso ovviamente. Un corso che si occupi solo di quello sarebbe molto più breve di una generica laurea in informatica e darebbe (riguardo al mestiere specifico) delle competenze sostanzialmente equivalenti.

Ovviamente questo discorso non si può applicare a tutti i campi, io non mi farei mai operare da un chirurgo che ha fatto un corso di 5 mesi, ma togliendo la medicina, la fisica teorica e qualche altro ambito credo che la mia idea sia in gran parte attuabile.

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Finisce qui la prima parte. Non ho parlato di sanità, di libertà biologica/morfologica, di cultura e di molte altre cose. Come dicevo all'inizio, affronterò queste tematiche un'altra volta.
Per adesso credo di aver messo abbastanza carne al fuoco. A voi la parola.

mercoledì 28 gennaio 2015

La sinistra antagonista che fa il gioco della destra.



Stavo facendo il conto alla rovescia aspettando il primo articolo del cazzo sulla vicenda. Dentro di me pensavo "no, stavolta non hanno scuse", eppure la faccia di culo di certe persone tocca vette inimmaginabili.

Leggete qui: http://aleph.noblogs.org/a-catania-la-polizia-uccide-una-riflessione-a-caldo/

Ora, la vicenda si commenta da sola: un gruppo di criminali tenta una rapina a mano armata(1), la polizia interviene e fa fuoco. Uno muore, un altro (solo 14 anni) è in gravi condizioni, un altro è stato arrestato e l'altro è scappato.
Ora, chi mi conosce sa bene che non provo molta simpatia per la polizia in generale. Non sono uno di quello che la sostiene sempre, anzi il più delle volte sono molto critico nei loro confronti.
Ma stavolta non c'è nulla da dire: c'era una rapina, i rapinatori erano armati e loro - una volta tanto - hanno fatto il loro dovere. Magari fosse sempre così.

La cosa più amaramente divertente sono le parole di una non meglio precisata parente dell'ucciso, tale Francesco d'Arrigo: "Che bisogno c'era di sparare? C'erano le telecamere, potevano andare a prenderlo a casa e arrestarlo. Era solo un ragazzo."
Certo, io sono un poliziotto e c'è un criminale armato davanti a me che mi punta la pistola contro, in effetti non vedo NESSUN motivo per sparare.

Comunque non mi interessa tanto commentare la vicenda - che si commenta da sola: i poliziotti hanno fatto il loro dovere e poco male se un rapinatore è morto - quanto l'articolo del collettivo Aleph, che è uno degli esempi più lampanti del motivo per cui gran parte della cosiddetta "sinistra radicale" mi sta sui coglioni.

Il loro problema principale è il pensiero dicotomico. Il pensiero dicotomico è quel tipico pensiero infantile che semplifica la realtà operando una divisione netta tra le cose e le persone. La strega di Biancaneve è cattivissima, mentre Biancaneve è buona e senza macchia.
Ora, sentire un discorso del genere da un bambino di sei anni è anche accettabile, ma da gente con i peli sotto le ascelle no.
Le implicazioni dirette del pensiero dicotomico sono catastrofiche: se le guardie sono cattive allora i ladri sono i buoni, o quantomeno le vittime. Se gli Israeliani sono cattivi allora quelli di Hamas sono i buoni. Del resto siete della stessa razza di quei fessi che nel '79 osannavano Komeini perchè era antiamericano, non considerando che era anche un cazzo di fanatico religioso(2).

Ora, io capisco che se sei un militante della sinistra radicale sono davvero molte le occasioni in cui puoi considerare i poliziotti come nemici. Ci sta, ci sta tutto. Sinceramente, capisco che avete mille buoni motivi per odiare la polizia, e in molti casi sono d'accordo con voi.
Ma voi avete fatto vostro il principio folle secondo il quale "il nemico del mio nemico è mio amico". Beh non è così, nel mondo reale dove non esistono l'orco di pinocchio e la fata turchina può capitare benissimo che il nemico del mio nemico sia a sua volta mio nemico.
Lo stato è mio nemico, e anche se i ladri e i criminali sono nemici dello stato beh, sono anche loro miei nemici.

Del resto voi, cari compagni che sbagliano, siete nemici del mio nemico (lo stato), ma amici di altri miei nemici (i criminali). Come vi devo considerare?

Mi tornano in mente le parole di Gian Maria Volontè in indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto: "dietro ogni criminale può nascondersi un sovversivo, dietro ogni sovversivo può nascondersi un criminale". Certo, il suo personaggio era uno sbirro fascista, perciò era nel suo interesse accomunare criminali e sovversivi. Il mantra che non c'è nessuna differenza tra la sinistra antagonista/rivoluzionaria e i criminali comuni è un cavallo di battaglia della destra.
Del resto i partigiani erano banditi, secondo alcuni.
Ora, voi dovreste fare di tutto per sbugiardare questa affermazione, per far capire alla gente che è una balla.
Voi dovreste stare dalla parte delle vittime e delle persone oneste. E non venitemi a dire che per voi la legge dello stato non vale nulla: togliere le cose agli altri minacciandoli di ammazzarli non è accettabile in nessuna società. 

Lo stato c'entra poco. C'entra poco il capitalismo liberale e la dittatura morbida della borghesia, c'entra poco la romantica idea del ladro alla Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Voi vi proclamate antifascisti ma fate il gioco dei fascisti quando difendete l'indifendibile. Voi fate il gioco della destra quando difendete i criminali. Perchè un operaio, un ragazzo che lavora in nero per due spiccioli, uno studente che cerca lavoro e via dicendo dovrebbe darvi un minimo di credito quando voi chiamate "vittime" i loro aguzzini?

No, non mi dispiace e non sento nessuna compassione per la morte di uno che non si sarebbe fatto scrupoli a puntarmi il coltello alla gola per dieci euro. 
Viviamo in una terra disgraziata, soffocata dalla disonestà, dalla corruzione e dalla criminalità. Io penso alla disperazione di un popolo che china la testa davanti alla mafia, penso alla disperazione dei giovani che fuggono a causa di una realtà cupa, brutale, violenta e pericolosa. Penso alla paura di chi non esce la sera se non si è in gruppo, di chi si chiude in casa a tripla mandata. 
E no, non è l'alta borghesia con la villa e la mercedes che teme il proletariato - usando i vostri stereotipi - sono gli i figli buoni del proletariato che temono quelli malvagi, i ladri, gli assassini, i figli di puttana di ogni risma.

Voi avete deciso da che parte stare, complimenti vivissimi, ma se siete voi la sinistra siamo messi molto male.

(1) Poi salta fuori che le pistole erano finte. Ma dubito che fossero quelle verdi di plastica trasparente con l'acqua dentro: se vado a fare una rapina avrò cura che la mia pistola sembri vera.
(2) Se c'è qualcosa di peggio di un dittatore è un dittatore teocratico fanatico e con la barba.

martedì 13 gennaio 2015

Satira, incitamento all'odio e cose varie.

Quando la censura diventa arte surrealista.


Torno sulla tematica "censura e satira" tanto cara al popolo italiano. Anni e anni di berlusconismo (per quanto mi faccia schifo la parola la uso per comodità) ci hanno insegnato che la satira è qualcosa di sporco e pericoloso e che "si può fare satira ma non insultare e offendere".
Ovvero la satira deve essere innocua, altrimenti diventa diffamazione, insulto, incitamento all'odio ecc.

Come hanno scritto in molti, un giornale come Charlie Hebdo in italia non sarebbe mai potuto esistitere perchè molti si sarebbero offesi, e a differenza della francia in cui se un giornale ti offende non lo compri e basta - a meno che tu non sia un testa di cazzo fondamentalista - in italia sarebbe partito un processo e la pubblicazione sarebbe stata sospesa.

Una bestemmia diventa "vilipendio alla religione", una critica a napolitano diventa "vilipendio al capo dello stato", dire che l'italia è un paese di merda diventa "vilipendio alla nazione" ecc.
In pratica è mentalità comune in Italia che i poteri forti non devono essere toccati se non per accarezzarli con i guanti di velluto.
E' il tipico comandamento mafioso di "non fare incazzare il boss" diventato legge e consuetudine per un intero popolo.

Sembra tuttavia che anche quelli che si considerano liberi pensatori e antagonisti rispetto alla mentalità comune pensino che un qualche limite alla libertà di stampa e d'opinione deve essere posto.
Gran parte della sinistra italiana ad esempio si batte per la libertà di parola e di stampa, salvo poi strillare APOLOGIA DEL FASCISMO!!!11!!!1!! ogni dieci minuti, invocando l'intervento della giustizia contro ogni fesso che fa il saluto romano.

La logica che sta dietro alla censura si basa su due assunti: "alcune idee sono pericolose", e "il popolo è idiota". C'è quindi bisogno di un organo che blocchi sul nascere la diffusione di tali idee per evitare conseguenze spiacevoli.

In un mondo ideale la censura sarebbe inutile: quello che si può e non si può dire sarebbe "censurato" automaticamente dall'opinione pubblica, per cui se io ad esempio dicessi che l'omosessualità è un abominio (o i negri sono mezzi uomini mezzi scimmia, o la mafia in fondo non è sempre un male) sarei immediatamente oggetto del pubblico disprezzo tanto che ci penserei due volte prima di fare un'affermazione simile.
Ma siccome - come postulato in precedenza - il popolo è idiota, troverò invece una schiera di imbecilli pronti a darmi man forte, circondata (ed è questa la cosa più grave) dall'indifferenza di chi non si sente toccato in prima persona dalla cosa. Per cui le mie idee potrebbero effettivamente proliferare e fare danni.

Si preferisce quindi abdicare la responsabilità sociale delle idee che si diffondono tra la gente - che in teoria sarebbe del popolo stesso - ad un organo superiore, ovvero lo stato e i tribunali.
Tale ragionamento sarebbe perfetto, se soltanto si avesse la sicurezza che lo stato - ovvero gli uomini che sono al governo e la magistratura - abbia le buone intenzioni di operare per il bene dei cittadini e le competenze per discernere ciò che è buono da ciò che non lo è.
Tuttavia è molto improbabile che le cose stiano così, molto più probabile - come infatti succede - che lo stato operi per proteggere sè stesso e i poteri forti, e per mantenere lo status quo.

E mantenere lo status quo significa essenzialmente dare un'aura di intoccabilità alle istituzioni e soddisfare i moti dell'animo di un popolo gretto, stupido, disonesto, bacchettone e moralista.
Con la censura della satira si ottiene la prima cosa, dando a tutti la possibilità di querelare, segnalare, minacciare chiunque dica qualcosa che offende tizio e caio (anche se tizio e caio non hanno motivi reali per offendersi) si ottiene la seconda cosa.

Riassumendo, un popolo ha due possibilità: prendersi la responsabilità delle idee che circolano al suo interno, confidando che i coglioni e gli stronzi possano parlare perchè tanto nessuno darà loro credito, o delegare la responsabilità di quello che si può o non si può dire allo stato accollandosi ovviamente che lo stato possa tapparti la bocca in ogni momento se le tue idee danno fastidio.

In italia abbiamo scelto la seconda via.

Ps: Dando a cesare quel che è di cesare, lo spunto per questo post mi è stato dato da questo interessantissimo e infervorato articolo.

giovedì 8 gennaio 2015

Solitamente taccio: perchè non esiste l'Islam moderato (o il cristianesimo moderato)

nostro signore Gesù Cristo sulla corsia preferenziale


Solitamente taccio.
Taccio quando ci sono casi di cronaca tipo l'attentato al Charlie Hebdo, mentre tutti si affollano a dire la loro, sicuri di vederla giusta.
Tra quelli che "dovrebbero tornare a casa" e quelli che "non dobbiamo fare di tutta l'erba un fascio", tra quelli troppo ragionevoli e quelli troppo incazzati molto spesso preferisco tacere, nella convinzione che la gente in fondo non voglia capire.

Neanche adesso ho molta voglia di parlare, principalmente perchè quello che è successo non cambia di molto la mia visione delle cose. Anzi non la cambia per nulla.
Però voglio rispondere a quanti si ostinano a dire che quello che è successo è una cosa che ha poco a che fare con l'Islam. Che si esprimano così per buonismo o perchè lo pensino davvero non lo so, ma è importante sottolineare che l'Islam in questa cosa c'è dentro fino al collo.

Voglio però prima puntualizzare una cosa, perchè non voglio che quello che dico possa essere letto in modo distorto: tutto quello che dirò di seguito dell'Islam lo penso di ogni altra religione, e se l'attentato fosse stato opera di terroristi cristiani o di qualsiasi altra confessione mi esprimerei esattamente con le stesse parole.

Ora, quanto c'è di "estremista" e quanto di semplicemente "islamico" negli eventi degli ultimi giorni?
Per come la vedo io, qualsiasi religione è, in sè, estremista. La moderazione non fa parte - idealmente - dell'approccio che il pensiero religioso ha verso il mondo. Non esiste una religione i cui dogmi siano dei "forse" e i cui principi etici siano oggetto di discussione. Il pensiero religioso parte dall'idea che Dio (o Allah o Thor o Peppa Pig) non si discute, e che la parola di Dio è sacra.
Ed è proprio dalla nozione di "sacro" che secondo me deriva il fatto che tutte le religioni sono estremiste e potenzialmente pericolose: sacra è una cosa che non può essere messa in discussione, non può essere criticata e non può essere derisa o presa in giro.

Il corano è zeppo di strali contro gli infedeli, e di precetti secondo i quali essi siano meritevoli di morte. Certo, non tutti gli infedeli devono essere uccisi, ma quelli che bestemmiano, quelli che offendono dio, quelli che diffondono il peccato (e per la visione islamica, ad esempio, una donna che gira senza velo diffonde il peccato) meritano di morire.

"La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l'ignominia che li toccherà in questa vita; nell'altra vita avranno castigo immenso" (Sura Al-Mâ'ida V, 33)

Questa cosa è scritta nel Corano, nero su bianco. Ora, va da sè che volendo essere pignoli "fare la guerra ad Allah e al suo messaggero" e "seminare la corruzione sulla terra" può essere interpretato in molti modi diversi. Tuttavia chi vuole diffondere la pace non si esprime certo in termini di mozzare mani e gambe.
Se io, pur essendo pacifista, volessi ribadire il concetto che un popolo ha il diritto di difendersi dalle aggressioni dei suoi nemici non lo farei di certo invocando mutilazioni e castighi eterni.
L'Islam non è moderato. Nessuna religione lo è, o quasi nessuna.

Non si può essere moderati senza prendere le distanze da quanto c'è scritto nel Corano, e prendere le distanze significa in soldoni essere "meno islamici". Certo si può anche dire che certe cose vanno interpretate, e che interpretarle alla luce della vita quotidiana e della ragione non ti renda meno musulmano (o cristiano, ovvio) di chi segue i precetti alla lettera.

Ma è un'affermazione pericolosa, questa. Non è per fare la classica reductio ab hitlerum, ma nel Mein Kampf non c'è scritto da nessuna parte che bisogna sterminare gli ebrei. C'è solo scritto che sono cattivi e pericolosi.
Tuttavia un "nazista moderato" sarebbe un ossimoro e non verrebbe preso sul serio da nessuno.

Per le idee religiose, però, c'è una sorta di "corsia preferenziale" per cui quello che è assurdo per altri sistemi di idee - tipo il nazista moderato - diventa plausibile e accettabile quando si tratta di idee religiose.
E' plausibile che una persona che sostiene apertamente di basare la sua morale su un libro in cui c'è scritto che a chi si oppone ad Allah vanno tagliate le mani e le gambe - o che essere omosessuale è un abominio, per non dimenticarci dei civilissimi cattolici - possa lo stesso dirsi moderata e civile.
E magari, in alcuni casi, potrebbe anche esserlo, moderata e civile, e aderire alla propria fede a causa di pressioni sociali. Ma questo meccanismo stesso è alimentato dalla "corsia preferenziale" di cui parlavo prima.

E' contro questa mentalità per cui la religione va trattata con i guanti che bisogna battersi, per affermare una volta per tutte che il pensiero religioso non è diverso da qualsiasi altro modello di pensiero, che può essere ingiusto, pericoloso, incivile e barbaro e quando lo è lo si deve poter dire chiaramente e senza paura.

martedì 4 febbraio 2014

Politica, Pompini, Boldrini.


Il tam tam mediatico che c'è in questi giorni sulla Boldrini, gli insulti dei 5 stelle, il risentimento delle parlamentari del pd che si sono sentite dire che sanno fare i pompini (mio dio) e via dicendo è un ottimo esempio del perchè non guardo la tv.
Oltre naturalmente a non voler pagare il canone. Quelle cento euro e cocci la tv italiana non li vale assolutamente.
Purtroppo non vivo da solo e quindi devo sorbirmi la tv accesa a ora di cena. Bene, ieri sera c'era un programma, mi pare Piazza Pulita (La7), sui recenti avvenimenti del parlamento italiano.
Quello che mi aspetto da una trasmissione del genere è che risponda in modo più o meno sintetico ma comunque chiaro ad una serie di domande che un ascoltatore non informato sui fatti (come me) si potrebbe fare.

Volendo riassumere un po', vorrei sapere ad esempio:
1)In cosa consiste esattamente la legge che è appena passata?
2)In che senso si parla di "regalo alle banche"?
3)Perchè quelli del M5S la avversano così tanto?
4)Perchè invece per la Boldrini e per il governo era così importante che quella legge passasse?
5)Ora che la legge è passata, cosa cambierà concretamente per i cittadini?

Questi sono I FATTI. Le cose serie di cui vale la pena discutere. Il fatto che quelli del M5S abbiano dato delle pompinare alle parlamentari del PD è INFINITAMENTE meno importante. Se fossi stato io il conduttore della trasmissione lo avrei relegato alla fine, magari come chicca per far rilassare il pubblico dopo una trattazione SERIA di quello che è successo. Un po' come le notizie di intrattenimento alla fine del tg.
"Ehi, a proposito, in tutta questa concitazione un tizio del M5S ha detto a quelle del PD che sono buone solo a fare i pompini e alcuni attivisti hanno sfogato la loro rabbia su internet scrivendo di cosa avrebbero fatto alla Boldrini se gli fosse capitato di trovarsela in macchina. Eheheh, ok, arrivederci alla prossima puntata".

Invece - anche in questo caso - ci piace fare le cose al contrario, per cui I FATTI diventano una cosa secondaria, un contorno di poco conto, mentre LE CAZZATE diventano l'argomento principale. Dopo un'ora di discussione sulla natura sessista o meno degli insulti alla boldrini, sul cosa abbia scritto pinco pallino su facebook, sulla tizia X che si è sentita offesa come donna, sui messaggi di solidarietà a Napolitano che a sua volta esprime preoccupazione, sulle abilità presunte delle donne del PD circa l'arte della fellatio, appena ho potuto me ne sono tornato nella mia stanza, mentre stavo ancora masticando l'ultimo boccone di pane duro.
A sparare agli zombie su Decision2. 
Tanto il livello di produttività e il contenuto culturale delle due attività è più o meno lo stesso, sparare agli zombie almeno è divertente.

Basta, mi secca anche continuare a parlarne, ciao.

martedì 18 giugno 2013

Quite Good New World - Parte I - Introduzione



Riprendere a postare sul blog dopo tanto tempo con un post sul nuoto sicuramente non è il modo migliore per attirare di nuovo la vostra attenzione, quindi non lo farò. Siccome non vado più in piscina sto nuotando al mare e oggi ho fatto giù per su un chilometro e mezzo. Non so in quanto tempo, ma vabbè.
Ve ne parlerò meglio un'altra volta.

Questo post apre invece una specie di rubrica che ho deciso di intitolare acsilanamente (nella prossima edizione dell'oli-devoto troverete anche questo nuovo termine) "Quite good new world". Ovvero, senza pretese di progettare un glorioso mondo nuovo, almeno uno migliore o un po' più migliore (licenza poetica) di quello in cui ci troviamo a vivere.
Ora, partire dalla constatazione che la società in cui viviamo fa abbastanza schifo è fin troppo facile, tutto sta nel cercare delle soluzioni, che essenzialmente possono essere di due tipi:

La prima è armarsi e fare una rivoluzione con sottofondo di ak47, abolendo la proprietà privata e passando ad un economia pianificata al servizio del benessere piuttosto che del profitto. Un po' sulla scia delle idee di quel tizio con la barba lunga che mi pare si chiamasse Carlo qualcosa, in pratica. Soluzione interessante e che sarebbe l'ideale, in effetti.

La seconda è mandare filosoficamente e praticamente a farsi fottere tutte le regole e le costrizioni della nostra società e il proprio "nuovo mondo abbastanza buono" farselo da sè, oggi, per se e pochi altri.
In questa rubrica (che potrà essere monopost o pluripost a seconda di quanto avrò voglia di scrivere) voglio approfondire nel dettaglio la seconda possibilità.

Per introdurre la cosa non posso che iniziare da un punto di vista strettamente personale, ovvero dal giorno in cui ho stipato il mio sacco di poche cose che sembravano utili - dimenticando la metà delle cose che effettivamente lo erano - per andare a visitare un ecovillaggio, per toccare con mano cosa significa vivere svincolato dal resto della società - e sottolineo che "svincolato" e "isolato" sono due termini diversi e ho usato l'uno e non l'altro con cognizione di causa. Ho visto e toccato con mano, ma non parlerò nello specifico di quello che ho visto lì (la cosa è irrilevante per voi, in fondo), ma della questione in senso generico.

Bene, essenzialmente un ecovillaggio è un insediamento abitativo che mira a essere autonomo dal resto della società, principalmente dal punto di vista alimentare e energetico. Significa che mangi quello che coltivi, produci energia con la legna e con i pannelli solari e con qualsiasi altro sistema autonomo, limiti gli sprechi e usi i rifiuti - inclusa la tua stessa cacca - per concimare il suolo su cui crescono le cose che mangi.
Questo comporta il fatto che, essenzialmente, si esce dal circuito lavoro - paga - acquisto di beni e servizi, e in tempi in cui il lavoro scarseggia, le condizioni di lavoro peggiorano e le tasse aumentano, questa scelta inizia ad apparire piuttosto attraente.
Una scelta che, comunque, comporta vantaggi e svantaggi rispetto alla scelta tradizionale fatta di trovalavoropagaletasseproduciconsumacrepa, che possono essere così sintetizzati, almeno secondo me: piccolissimo sforzo per procurarsi il necessario VS enorme sforzo per o impossibilità di procurarsi il superfluo. Per "superfluo" leggasi la lotus elise o l'harley che un giorno mi comprerò, ma anche le lomo, lo smartphone all'ultima moda, i vestiti che ci piacciono, il giro al luna park, il magnum infinity, le caramelle, la serata sballona a base di mojito e musica elettronica, la cena al ristorante, le birre trappiste ecc.
Il punto è che il superfluo è il 90% di quello che rende interessante la vita, ed è su questo punto nodale che tutto l'ambaradan entra in crisi.

Le crisi servono, però, a problematizzare, a riflettere e a superare le contraddizioni per trovare la soluzione ottimale. Che è, lo anticipo perchè è abbastanza ovvia, trovare un punto di equilibrio tra le due posizioni estreme sopra enunciate.
Questo è lo scopo di questa rubrica, sempre se non mi prenderà un nuovo attacco di inerzia mentale.
Alla prossima.

venerdì 26 aprile 2013

La notte in cui mettemmo la bomba



estratto da: HKL, un racconto che non sarà mai completato

Faceva freddo la notte in cui mettemmo la bomba. Io e Max tornavamo dall'HKL, stanchi ma incapaci di calmarci a causa dell'anfetamina e della tensione. Il vento ghiacciato ci entrava da tutte le parti e ci faceva rabbrividire, anche perchè avevamo ballato tutta la notte ed eravamo sudati e zuppi del sangue finto di cui ti innaffiavano all'HKL sparandolo addosso alle ballerine nelle gabbie appese al tetto. Il sangue ricadeva su di noi che ogni tanto alzavamo lo sguardo verso l'alto a goderci lo spettacolo.
Eravamo zuppi di sudore e sangue e svariati bicchieri che capitava che qualcuno ti versava addosso quando veniva urtato nel pogo scatenato.
All'HKL funzionava così più o meno tutte le sere.
Max si era rotto l'osso del collo davanti alla porta e aveva un taglio sul braccio e un occhio tumefatto.

Non avevamo esattamente un'aria innocente e adesso camminavamo a piedi nel cuore della notte attraverso il paese deserto, e io avevo una bomba nella borsa. 
Gregor aveva finito di costruirla la sera prima, ma non aveva voluto dirci cosa ci aveva messo dentro. Ci aveva però assicurato che mai sarebbe potuta esplodere di testa sua polverizzandoci in una pioggia di brandelli di carne.
Mi sollevai il cappuccio sulla testa mentre attraversavamo la piazza, un po' per nascondermi il volto nel caso in cui ci avesse visto qualcuno, un po' per il freddo. Ci avvicinavamo al nostro obiettivo: volevamo far saltare in aria qualcosa e avevamo discusso a lungo su cosa sarebbe stato più spassoso far esplodere. Dopo ore di discussioni rimasero il portone del comune, la macchina del sindaco e la banca del paese. 
Alla fine avevamo scelto quest'ultima.
Non è che avessimo un piano politico ben preciso, anzi, io e Max ci scannavamo ogni volta che il discorso virava su ipotetiche soluzioni produttive, tuttavia quando si trattava di far saltare in aria le cose eravamo più o meno d'accordo.
"Farà un bel botto questa volta" disse Max.
Annuii senza rispondere, mi guardavo nervosamente intorno alla ricerca di eventuali passanti che avrebbero potuto vederci, ma tutto taceva, non c'era nessuno in giro.
Ci avvicinammo al portone della banca e io aprii velocemente la borsa, posai la bomba sotto una scatola di cartone che avevamo lasciato lì all'andata e voltammo l'angolo a passo svelto. Il cuore mi batteva a 200bpm mentre Max tirava fuori il telecomando, toglieva la sicura e premeva il tasto rosso.
"Ora fa bum" disse, ridacchiando.
Non successe nulla.
Rimanemmo in silenzio per un paio di secondi, poi ci fu un boato bestiale e l'asfaltò ci tremò sotto i piedi. Sentimmo distintamente il rumore dei calcinacci e di migliaia di frammenti che ricadevano a terra.
Un paio di allarmi iniziarono a suonare e le luci alle finestre dei palazzi vicini già si accendevano proiettando sui vetri ombre di esseri umani parecchio agitati.
In fondo, pensai, vi abbiamo dato qualcosa di cui parlare per uscire dalla vostra noiosa routine quotidiana.
Corremmo a perdifiato per le vie buie, senza pensare che in quel modo eravamo terribilmente sgamati. Ma non importava, ormai era o la va o la spacca.

Un quarto d'ora dopo entravamo a casa di Gregor con la delicatezza di un carro armato. Facemmo irruzione nel corridoio sbattendoci dietro la porta e lo trovammo davanti alla tv con una birra in mano.
"Ragazzi, se non sbaglio ho sentito un botto" ci disse.
"Ma un gran bel botto, che minchia c'era là dentro?" chiesi, ancora col fiatone.
Lui non rispose, sorrise e ci stappò una birra a testa.
Diedi un sorso, lasciai defluire l'adrenalina e mi stravaccai sul divano. Per questa volta è andata, pensai.

sabato 20 aprile 2013

Penso che dovrei scrivere qualcosa sulla rielezione di napolitano, ma non lo farò.



Principalmente perchè direi le solite frasi fatte, che non vogliono cambiare, che sono attaccati alla poltrona peggio di una patella allo scoglio, che mi piacerebbe vederli un po' tutti penzolare impiccati.
Che vedere il PD che si sfalda è stata una bella soddisfazione, anche. Spero che questa caricatura di un partito scompaia per sempre dalla scena politica, o si allei definitivamente col PDL, come da anni cercano di fare.
Questo libererebbe spazio a sinistra, spazio adesso solo virtualmente occupato dal PD.
Così potrebbe rinascere un partito di sinistra degno di questo nome. Ah e a proposito del nome, dovrebbe avere un nome moderno e innovativo, contemporaneo, affidabile: qualcosa tipo "BLOCCO COMUNISTA" andrebbe benissimo secondo me.
"Per chi voterai alle prossime elezioni?"
Uno potrebbe riempirsi la bocca rispondendo "BLOCCO COMUNISTA". Ecco, io stesso non riesco a scriverlo minuscolo.
In ogni caso, non mi voglio infognare in discorsi che non portano a nulla. Ogni popolo ha i padroni che merita, e noi meritiamo monti, berlusconi e bersani. Ce li meritiamo tutti.
Piuttosto stasera vado a comprarmi una bottiglia di Syrah e mi scasso con un po' di rock grezzo al gemello segreto del Voodoo Doll. E andrò a letto barcollando e sognando e cantando felicemente disperato, o disperatamente felice.
Buon sabato sera, non risparmiatevi.

martedì 16 aprile 2013

Anal intruders




Da decathlon vendono le protezioni per i capezzoli. Per i runners, quelli che corrono. Sono cose che si appiccicano sui capezzoli per evitare che prendano freddo. Come si appiccichino non lo so, e in fondo non mi interessa più di tanto.
Era così, giusto per dire.

Qualche giorno fa ho visto un programma in tv in cui raccontavano che gli antichi greci usavano dei veri e propri effetti speciali per scioccare e convincere i fedeli dell'esistenza di forze soprannaturali. Ai nostri occhi si tratta di trucchi di basso livello, ma per l'epoca erano roba seria: porte che si aprivano sole, tuoni, vere e proprie statue meccaniche che si muovevano ecc.
I fedeli, in pratica, venivano impunemente fatti fessi. Quando si vuole fare fesso qualcuno, in fondo, il metodo è semplice. Si tratta di sfruttare la sua ignoranza su determinati meccanismi e realtà per suggerire spiegazioni faziose che rispondano ai nostri interessi.

Gli antichi greci usavano il vapore sotto pressione e gli ingranaggi, cose di cui il cittadino greco medio, per quanto appartenente ad un popolo di filosofi, non aveva la più pallida idea.
Certo adesso fa sorridere il fatto che per impressionare i fedeli bastasse simulare un tuono facendo rotolare una grossa palla di ferro all'interno di una cassa di risonanza. Che fessi, piccatu l'acqua.
Non come noi, smaliziati uomini del terzo millennio.
Ormai la religione, del resto, è superflua. Dato che lo scopo principale della religione è prendere per il culo la gente e asservirla al potere, essa comincia ad essere poco efficace (la gente tende a superare un po' più facilmente di un tempo la fase dell'amico immaginario), e viene man mano sostituita da meccanismi più raffinati.

Tipo le chiacchiere sull'economia. Se lo spred sale che succede? E se scende? E se il rating di vattelappesca diventa migliore o peggiore?
La verità è che sebbene parliamo di queste cose quotidianamente, non ne capiamo una beneamata mazza. E il fatto che non ne capiamo una beneamata mazza è fondamentale per far sì che gli interessi di chi ci tiene per le palle non vengano intaccati. Proprio come i fedeli dell'antica grecia, rimaniamo a bocca aperta impressionati dalla (presunta) ineluttabilità di forze che non riusciamo a comprendere.
Dovremmo tutti sforzarci di capirne di più, ma per quanto il cittadino medio si informi (e non lo fa, di solito) non possiamo essere tutti economisti: ci sarà sempre il cattedratico di turno a dirci che è assolutamente necessario che l'indice x vada su o giù, e ovviamente l'unico modo per ottenere l'effetto desiderato è offrire l'orifizio anale alla loro bramosia. E noi non avremo i mezzi per ribattere. Quindi che fare?
Semplicemente, a mio avviso, imparare a dire "vaffanculo". Dire vaffanculo è salutare. Non me ne frega nulla che col governo monti lo spread è sceso: le cose continuano ad andare di merda, la gente è disperata lo stesso. Il meccanismo dovrebbe essere un po' più lineare: hai cercato in tutti i modi di deflorare il mio tanto gelosamente custodito ingresso posteriore? Non ti voto, non ti supporto, e se ti vedo per strada ti scasso di botte.
Punto.
E' vero - e sono il primo a sostenerlo - che ci vuole un'idea verso cui andare, un'infarinatura anche vaga dalla direzione da prendere. Ma, oltre a questo, bisogna imparare a dire vaffanculo quando qualcuno obietta che la tal cosa è impossibile perchè lo spread è in un modo o il rating in un altro.
Ora scrivo il nome sull'ultimo cd che mi sono fatto, e me ne vado a dormire.
Ciao.